Il movimento o mutamento; l’identità o riposo, sono il primo ed il secondo segreto della natura. L’intiero codice delle sue leggi può essere scritto sopra l’unghia di un pollice o sopra il sigillo di un anello. Le bolle vorticose sulla superficie di un ruscello ci schiudono i segreti della meccanica del cielo. Ogni conchiglia sulla spiaggia è una chiave ad essa. Un poco d’acqua roteata in una tazza spiega la formazione delle conchiglie più semplici; l’aggiungersi di materia anno per anno conduce in fine alle forme più complesse; eppure la natura con tutta la sua perizia è tanto povera, che dal principio alla fine dell’universo essa ha una sola materia prima, ma una sola materia con i suoi due capi per servire a tutte le sue fantastiche varietà. Componetela come essa vorrà: stella, sabbia, fuoco, acqua, albero, uomo; ma essa è ancora una sola materia e rivela le stesse proprietà.

La natura è sempre conseguente, anche se finge di contravvenire alle sue proprie leggi. Essa le conserva e talora sembra trascenderle. Essa arma e fornisce un animale in modo che esso trovi il suo posto e viva sulla terra; nello stesso tempo un altro ne arma che lo distrugga. Lo spazio esiste per separare le creature, ma rivestendo i fianchi di un uccello con poche penne la natura gli dà una graziosa onnipresenza. La direzione è sempre progressiva, ma l’artista retrocede per fornirsi di materiale, e sempre con i primi elementi incomincia anche nel periodo più progredito: altrimenti tutto andrebbe in rovina. Se noi guardiamo alla sua opera ci sembra di scoprire il baleno di un sistema in transizione. Le piante sono i giovani del mondo, vasi di salute e di vigore; ma esse tendono sempre all’alto e verso la consapevolezza; gli alberi sono uomini imperfetti, e sembrano lamentare la loro prigionia, radicati al suolo. L’animale è il novizio ed il candidato ad un ordine più elevato. Gli uomini sebbene giovani, avendo gustato la prima goccia nella tazza del pensiero, sono digià traviati; gli ontani e le felci invece sono ancora incorrotti; eppure, senza dubbio, quando verranno ad uno stato di coscienza essi pure malediranno e bestemmieranno. I fiori appartengono così strettamente alla gioventù, che noi uomini adulti presto sentiamo che le loro belle generazioni non ci riguardano; noi abbiamo avuto il nostro giorno; i figli ora abbiano il loro. I fiori c’ingannano e noi siamo dei vecchi celibi con delle ridicole tenerezze.

Le cose sono così strettamente in relazione tra loro che, stante la destrezza dell’occhio, si possono ricavare da un oggetto qualsiasi gli elementi e le proprietà di un altro qualsiasi oggetto. Se noi avessimo occhi tali da vedere ciò, un frammento di pietra del muro della città ci persuaderebbe della necessità nell’uomo di vivere tanto saldamente quanto la città stessa. Tale identità rende noi tutti uno solo, e riduce al nulla le grandi distanze della nostra scala comune. Noi parliamo di deviazione dalla vita naturale come se la vita artificiale non fosse anche naturale. Il più azzimato cortigiano nei «boudoirs» di un palazzo ha una natura animale, rude ed aborigena come quella dell’orso bianco, onnipossente nei suoi proprii intenti, e là fra i profumi ed i biglietti amorosi è direttamente in relazione con la catena dell’Imalaja e l’asse del globo. Se considerassimo quanto apparteniamo alla natura, non temeremmo delle città, perchè il potere terribile o benefico della natura ci trova anche là, e agisce sulle città stesse. La natura che ha fatto il muratore, ha fatto la casa. Noi possiamo agevolmente udire parlar troppo delle influenze rurali. Il vigoroso ed agile aspetto degli oggetti naturali fa che noi li invidiamo, noi creature colleriche ed irritabili, dai visi accesi, e pensiamo che saremo un giorno superbi come essi lo sono, se vivremo nei campi e mangeremo radici; orbene siamo uomini anzichè essere delle marmotte, e la quercia e l’olmo dovranno servirci lietamente, anche se saremo assisi in seggi d’avorio, sopra tappeti di seta.

Questa identità dominante serpeggia in tutte le vicende ed i contrasti della vita e caratterizza ogni legge. L’uomo porta il mondo nel suo capo e l’intiera astronomia e chimica in un pensiero. Poichè la storia della natura è intessuta nel suo cervello, egli è dunque l’annunziatore e lo scopritore dei suoi segreti. Ogni fatto conosciuto nella scienza naturale fu divinato dall’intuito di qualcuno, prima che esso fosse constatato. Un uomo non lega neppure la sua scarpa senza riconoscere le leggi che avvincono le più lontane regioni della natura: la luna, la pianta, il gaz, il cristallo, sono geometria concreta e numeri. Il senso comune conosce ciò che è suo e riconosce a prima vista il fallo nel l’esperimento chimico. Il buon senso di Franklin, di Dalton, di Davy e di Black, è lo stesso buon senso che ha disposto una volta ciò che esso scopre ora.

Se l’identità esprime una quiete organizzata, l’azione contraria entra anche nell’organizzazione. Gli astronomi dissero: «Dateci della materia ed un poco di moto e noi costruiremo l’universo. Non è sufficiente avere della materia, noi dobbiamo avere pure un particolare impulso, una spinta per lanciare la massa e generare l’armonia tra le forze centrifughe e quelle centripete. Una volta che la sfera è sollevata dalla mano, noi vi insegneremo come si sviluppò tutto questo possente assetto». «Questo è un postulato molto irragionevole — disse il metafisico — e che porta chiaramente alla domanda: Non potreste voi giungere a conoscere la genesi della proiezione così bene come la continuazione di essa?» La natura, intanto, non aveva atteso la discussione, ma a ragione od a torto, diede l’impulso ed i globi rotearono. Non fu una grande cosa, una semplice spinta, ma gli astronomi ebbero ragione di crederla grande, poichè le conseguenze dell’atto furono senza fine. Quel famoso impulso aborigeno si propaga attraverso tutte le sfere del sistema, attraverso ogni atomo di ogni sfera, attraverso tutte le razze delle creature ed attraverso la storia e le azioni di ogni individuo. L’eccesso è nell’ordine delle cose. La natura non manda alcuna creatura, alcun uomo sulla terra, senza unire un piccolo eccesso delle sue proprie qualità. Dato il pianeta è ancora necessario aggiungere l’impulso; così ad ogni creatura la natura fece seguire una certa violenza d’indirizzo verso la sua propria via, una spinta per metterlo sulla sua strada, una lieve generosità infine, una goccia di troppo. Senza elettricità l’aria si decomporrebbe, parimenti senza questa violenza di direttiva di cui gli uomini e le donne godono, senza un pizzico di bigottismo e di fanatismo non ci sarebbero stimoli, non ci sarebbero energie. Noi miriamo al disopra del segno per colpire nel segno. Ogni azione ha in sè qualche falso eccesso. E quando di tempo in tempo s’avanza qualche uomo triste, dallo sguardo penetrante, che vede quale meschino giuoco è giuocato, e rifiutandosi di giuocare divulga il segreto, che cosa avviene allora? È forse irrimediabilmente l’uccello fuggito dalla gabbia? Oh no! la natura sagace manda una nuova schiera di forme più belle, di giovani più altieri con un maggiore impeto direttivo, onde tenerli avvinti ai loro svariati intenti; li ritrae un poco da quella direzione verso la quale essi sono più attratti, ed il giuoco continua con un nuovo giro, per una o due generazioni ancora. Il bambino con le sue burle graziose, schiavo dei suoi sensi, dominato da ogni veduta, e da ogni suono, senza alcun potere per comparare e classificare le sue sensazioni, abbandonato ad un fischietto o ad un trucciolo colorato o ad un soldato di piombo, individualizzando ogni cosa, non generalizzandone alcuna, felice per ogni cosa nuova, questo bambino dorme la notte vinto dalla fatica, che gli ha causato questo giorno di continua e graziosa pazzia. Ma la natura ha raggiunto il suo intento con questo vivente e ricciuto pazzerello. Essa ha assegnato ad ogni facoltà il proprio cómpito ed ha assicurato lo sviluppo simmetrico della struttura corporea, mediante queste attitudini e questi sforzi: fine di prima importanza, che non poteva essere affidato a nessuna cura meno perfetta della sua propria. Questo barbaglio, questo splendore opalino si mostra al suo occhio sulla cima di ogni trastullo onde assicurare la sua fedeltà, ed egli è ingannato nel suo bene. Noi siamo mantenuti in vita con le stesse arti. Dicano gli stoici ciò che vogliono, noi non mangiamo per la gioia di vivere, ma perchè la carne è gustosa e l’appetito è pungente. La vita vegetale non si accontenta di trarre un solo seme dal fiore o dall’albero, ma riempie l’aria e la terra con tale prodigalità di semi, che, se anche mille e mille periscono, altre migliaia possono seminar se stessi in modo che centinaia possano crescere e decine vivere fino alla maturità e finalmente uno solo rimpiazzare il genitore. Tutte le cose rivelano la stessa oculata profusione. L’eccesso di timore dal quale è circondato il corpo che rabbrividisce per il freddo, che trasale alla vista di un serpente o per un subitaneo rumore, ci protegge fra mille allarmi infondati da un pericolo reale. L’amante tende nel matrimonio alla sua felicità personale e alla sua completazione e non ad un vantaggio futuro: e la natura nasconde nella felicità di lui il suo proprio fine, vale a dire, la riproduzione ovvero la perpetuazione della specie.

Ma la perizia con la quale il mondo è fatto penetra pure nella mente e nel carattere degli uomini. Nessun uomo è del tutto equilibrato; ognuno ha una vena di pazzia nella sua struttura, un leggero flusso di sangue al capo onde tenerlo avvinto a qualche punto che la natura aveva a cuore. Le grandi cause non sono mai giudicate a seconda del loro valore, ma la causa è ridotta in frammenti per acconciarla alla grandezza dei partigiani, e la contesa è sempre più viva su le cose minori. Non meno segnalata è la super-fede di ogni uomo nell’importanza di ciò che egli ha da fare o da dire. Il poeta, il profeta ha, per ciò che egli dice, un valore superiore a quello di qualsiasi uditore. Il forte Lutero, compiacente verso se stesso, dichiara con una autorevolezza che non falla che «Dio stesso non può fare senza degli uomini saggi». Jacopo Behmen e Giorgio Fox rivelano il loro amor proprio nell’ostinazione dei loro opuscoli polemici e Giacomo Naylor una volta si lasciò adorare come Cristo. Ogni profeta s’identifica immediatamente con il suo pensiero e giunge a stimare sacri il suo cappello e le sue scarpe. Per quanto ciò possa screditare siffatte persone presso la gente assennata, ciò le soccorre con il popolo poichè dà calore e divulgazione alle loro parole. Un fatto simile non è infrequente nella vita privata. Ogni persona giovane ed ardente scrive un diario, nel quale infonde la sua anima quando suonano le ore della preghiera e della penitenza. Le pagine così scritte sono per lui infiammate e fragranti; egli le legge inginocchiato, a mezzanotte ed alla luce della stella mattutina; egli le bagna delle sue lacrime; esse sono sacre, troppo buone per il mondo, e fors’anche per essere lette dal più caro amico. Questo diario è il Messia nato dalla sua anima, la cui vita ancora circola nel neonato. Il cordone ombelicale non è ancora stato reciso. Dopo qualche tempo egli gode di ammettere il suo amico a questa consacrata conoscenza, e con esitazione, eppure con fermezza, gli mette sott’occhi le pagine del suo diario — Ma esse non brucieranno i suoi occhi? L’amico freddamente le sfoglia, e passa agevolmente dalla lettura alla conversazione, il che colpisce l’autore di meraviglia e di dolore. Egli però non può diffidare dello scritto stesso. Giorni e notti di vita fervida, di comunione con gli angeli dell’ombra e della luce, hanno inciso i loro caratteri oscuri su quel libro bagnato di lacrime. Egli diffida dell’intelligenza o del cuore dell’amico. Non c’è dunque un amico? Egli non può ancora prestar fede che si possa avere un’esperienza profonda e che pure si possa non sapere come versare nella letteratura il proprio fatto personale; e forse la scoperta che la saggezza ha altre lingue ed altri ministri all’infuori di noi, e che anche se stessimo zitti la verità non sarebbe perciò meno espressa, potrebbe reprimere dannosamente gli ardori del nostro zelo. Un uomo può parlare solo fino a che non senta che il suo discorso è parziale o inadeguato. Esso è parziale, ma egli non se ne avvede mentre lo pronunzia. Così tosto come egli si è liberato da ciò che è proprio ed istintivo, ed osserva la sua parzialità, egli chiude la sua bocca con disgusto. Poichè nessun uomo può scrivere cosa alcuna ch’egli in quell’istante non pensi essere la storia del mondo; e nessuno mai bene compirà una cosa se non la giudichi di grande momento. La mia opera può non avere importanza, ma io non debbo stimarla tale, altrimenti non la compirò impunemente.

Allo stesso modo vi è in tutta la natura qualche cosa di burlesco, qualche cosa che ci conduce avanti incessantemente, ma che non giunge in alcun luogo e manca con noi di fede. Ogni promessa oltrepassa il compimento. Noi viviamo in un sistema di approssimazioni. Ogni fine è antiveggente di un altro fine, che è a sua volta passeggiero; un esito perfetto e finale non v’è in alcun luogo. Noi siamo accampati nella natura, ma non siamo di casa. La fame e la sete ci sospingono a mangiare ed a bere; ma mescolate e cuocete come volete il pane ed il vino, essi ci lasciano affamati ed assetati, dopo che lo stomaco è sazio. Lo stesso avviene con le nostre arti e le nostre imprese. La nostra musica, la nostra poesia, la nostra stessa lingua non sono dei piaceri, ma delle suggestioni. Il desiderio violento della ricchezza che trasforma il nostro pianeta in un giardino, si burla del più ingordo persecutore. Quale è il fine agognato? Semplicemente quello di salvaguardare gli interessi del buon senso e della bellezza dall’intrudersi di disformità o volgarità d’ogni specie. Ma quale metodo laborioso! Quale infinita varietà di mezzi per assicurare una piccola conversazione! Questo palazzo di mattoni e di pietre, questi servi, questa cucina, queste stalle, questi cavalli e vetture, questi titoli bancarii e queste ipoteche; il commercio con tutto il mondo; la casa di campagna; il tugurio vicino all’acqua, ecc... per una piccola conversazione, alta, chiara e spirituale! Non potrebbe essere tenuta allo stesso modo dagli accattoni sulla strada provinciale? No, tutte queste cose pervennero dagli sforzi successivi di questi accattoni per eliminare l’attrito delle ruote della vita e promuovere delle occasioni favorevoli. La conversazione, il carattere, erano i fini confessati; la ricchezza era buona perchè appagava i desiderii animali, rimediava al fumaiolo fumoso; ammutoliva la porta cigolante, adunava insieme gli amici in una sala tranquilla e tiepida, e teneva i bambini e la tavola da pranzo in camere differenti. Il pensiero, la virtù, la bellezza, erano gli intenti; ma si sapeva che gli uomini di pensiero e di virtù talvolta avevano il mal di capo, oppure i piedi bagnati o che potevano perdere del tempo prezioso mentre si scaldava la camera nei giorni d’inverno. Sfortunatamente negli sforzi necessari per togliere questi inconvenienti l’attenzione generale è stata stornata da questo obbietto; i vecchi intenti furono perduti di vista, ed il togliere l’attrito divenne lo scopo. Quello è il ridicolo degli uomini ricchi, e Boston, Londra, Vienna e generalmente gli odierni governi del mondo sono città e governi dei ricchi, e le masse non sono uomini, ma poveri uomini, vale a dire uomini che vorrebbero essere ricchi; questo è il ridicolo della classe: che essi vengono pur con sofferenza e sudore ed impeti folli a capo di nulla; quando tutto è fatto, è fatto per nulla. Essi sono come coloro che interrotto il discorso di una brigata per pronunziare il proprio discorso, al momento opportuno dimenticano ciò che volevano dire. L’aspetto di una società o di una nazione priva di fini colpisce ovunque l’occhio. Erano dunque gli intenti della natura così grandi e desiderabili da esigere tale immenso sacrifizio di uomini? Un effetto completamente analogo alle frodi della vita è quello prodotto sugli occhi dall’aspetto della natura esterna. Vi è nei boschi e nelle acque una certa lusinga ed una certa seduzione, unita ad una deficienza nel produrre una soddisfazione vera. Questa delusione noi la sentiamo in ogni paesaggio. Io ho ammirata la morbidezza e la bellezza delle nuvole estive naviganti come piume sul nostro capo; liete della loro altezza, della loro libertà di moto, esse non apparivano tanto come panneggiamento di quel dato luogo e di quella data ora quanto come preannunzio di qualche padiglione e di qualche giardino situato oltre di esse. È un tormento strano, ma il poeta non si trova mai abbastanza vicino al suo soggetto. Il pino, il fiume, il poggio fiorito che sono dinnanzi a lui non sembrano essere la natura. La natura è ancora altrove. Questo o quello è se non il limitare, il riflesso lontano, l’eco del trionfo che è passato e che si trova ora al massimo suo splendore forse nel campo vicino o, se voi vi fermate nel campo, nei boschi adiacenti. L’oggetto presente vi darà il senso di riposo che segue la solenne cerimonia or ora compiuta. Quale meravigliosa lontananza, quali recessi di fasto e di vaghezza ineffabile in un tramonto! Ma chi li può raggiungere e stendere su di essi la mano o porvi il suo piede? Essi scompaiono dal mondo per sempre. Lo stesso è fra gli uomini e le donne, come fra gli alberi silenziosi: sempre una vita di relazione, perciò una lontananza, giammai una presenza. Forse che la bellezza non può mai essere affermata? È essa egualmente inaccessibile nelle persone e nel paesaggio? L’amante accettato e fidanzato ha perduto il maggior fascino della sua amata nell’accettazione ch’essa ha fatto di lui. Essa era il cielo, quand’egli la seguiva come una stella: essa non può essere più il cielo se si china per una persona quale egli è.

Che cosa diremo noi di questo apparire onnipresente del primo impulso proiciente, di questa lusinga e del disinganno di tante creature così bene intenzionate? Dobbiamo noi non supporre l’esistenza d’una sottile perfidia e derisione in qualche parte dell’universo? Non siamo noi trascinati ad un vivo risentimento per l’uso che si fa di noi? Siamo noi dunque degli ingenui lusingati e degli zimbelli della natura? Un solo sguardo all’aspetto del cielo e della terra ci acqueta e ci blandisce con convinzioni più saggie. Per l’uomo intelligente la natura si converte in un’immensa promessa, che non vuole essere sconsideratamente esplicata. Il suo segreto è inespresso. Molti e molti Edipo giungono: ciascuno ha il cervello pregno del suo segreto. Ma la stessa malìa ha sciupata la sua destrezza; non una sola sillaba egli può formulare con le sue labbra. La sua orbita potente si perde come l’arcobaleno nel profondo, e nessun’ala di arcangelo fu fin’ora forte abbastanza per seguirla ed informarci dell’altra parte dell’arco. Ma appare anche che le nostre azioni sono sorrette ed indirizzate a risultati più grandi di quelli che avevamo divisati. Noi siamo seguiti da ogni lato ed in tutta la vita da agenti spirituali, ed attesi da un proposito benefico. Noi non possiamo rivaleggiare a parole con la natura e trattare con essa come trattiamo con le persone. Se noi misuriamo le nostre forze individuali con le sue possiamo facilmente intuire d’essere il trastullo di un destino insuperabile. Ma se invece di identificare noi stessi con l’opera, noi sentiamo l’anima dell’artefice scorrere attraverso di noi, troveremo la pace mattutina dimorante nei nostri cuori e gli incommensurabili poteri della gravità e della chimica e, al dissopra di essi, quelli della vita pre-esistenti dentro di noi nella loro forma più alta.

L’inquietudine che ci cagiona il pensiero della nostra debolezza nel viluppo delle cause, risulta dal fatto che noi guardiamo troppo ad una sola condizione della natura, vale a dire al Moto. Ma il freno non è mai staccato dalla ruota. Ovunque l’impulso eccede, l’immobilità od identità s’introduce come compensazione. Dopo ogni giornata pazza noi dormiamo per guarire dalle esalazioni e dalle violenze delle sue ore; e sebbene siamo sempre incatenati ad esse e spesso siamo loro schiavi, portiamo con noi ad ogni esperimento le innate leggi universali. Queste mentre esistono nella mente come idee, pongono nella natura incorporata intorno a noi una sanità vigile per mostrare e guarire la pazzia degli uomini. La nostra servitù alle proprie peculiari disposizioni ci pone in cento speranze stolte. Noi ci ripromettiamo un’era nuova dall’invenzione di una locomotiva o di un pallone; ma la nuova macchina porta seco i vecchi impedimenti. Dicono che per mezzo dell’elettro-magnetismo la vostra insalata crescerà dal seme mentre il vostro pollo sta arrostendo per il pranzo. Questo è un simbolo dei nostri tentativi e dei nostri sforzi moderni nella condensazione ed accelerazione degli obbietti: ma nulla s’è acquistato in più; la natura non può essere frodata; la vita di un uomo non dura se non settanta insalate, crescano esse rapidamente o crescano adagio. In questi ostacoli ed impossibilità tuttavia noi troviamo il nostro vantaggio non meno che negli impulsi. Cada la vittoria dove vuole, noi siamo dalla sua parte. Il sapere poi che noi attraversiamo l’intiera scala dell’essere, dal centro della natura fino ai suoi poli, e che abbiamo qualche posta da vincere in ogni evenienza, concede quel lustro sublime alla morte, che la filosofia e la religione hanno tentato di esprimere troppo superficialmente e letteralmente nella popolare dottrina dell’immortalità dell’anima. La realtà è più eccellente della sua fama. Qui non v’è nè rovina, nè soluzione di continuità, nè forza morta. La circolazione divina non si riposa nè si sofferma mai. La natura è l’incarnazione di un pensiero e ritorna di nuovo pensiero, come il ghiaccio diviene acqua e gaz. Il mondo è un precipitato della mente, e l’essenza volatile ritorna eternamente allo stato di libero pensiero. Di qui scaturisce la virtù e la sottile penetrazione dell’influenza degli oggetti naturali sulla mente, siano essi organici od inorganici. L’uomo imprigionato, l’uomo cristallizzato, l’uomo vegetativo, parla all’uomo personificato. Il potere della natura che non rispetta la quantità, che fa ugualmente dell’unità e della frazione il suo canale, concede il suo sorriso al mattino, e distilla la sua essenza in ogni goccia di piova. Ogni momento ed ogni oggetto ammaestrano, perchè la saggezza è infusa in ogni forma. Essa è stata versata in noi come sangue; ci prostrò come dolore; guizzò in noi come piacere; ci coinvolse in giorni tristi, melanconici o in giorni di serena fatica; noi non indovinammo la sua essenza se non dopo lungo tempo.

SETTIMO SAGGIO LA POLITICA