Una figura umana, rintanata nell'angolo più buio della stanza, mi dette nell'occhio. Le andai incontro per osservarla con passo lesto, perchè non vedevo l'ora d'uscire dal tanfo che mi levava il respiro, quando sentii partire da quel mucchio d'ossa e di sozzure una voce rantolosa che diceva qualche parola che non intesi. — Chi è? — domandai a quella donna che mi accompagnava. — Vavama (la mia nonna) — mi rispose — che vi dice che gli avete scacciato le zoccole (le talpe). — Guardai per terra e vidi infatti qua e là alcune talpe grasse bracate che sedute dignitosamente si lustravano le basette, aspettando che quest'importuno avesse loro levato l'incomodo. M'impostai per dare una pedata a quella che m'era più vicina, ma la vecchia mandò un grido fioco e disperato. — Che t'è seguito? — le domandai. — Non le scacciate, — mi rispose brontolando, — non le scacciate, son creature di Dio anche loro.
— Ma come! E saresti proprio affezionata a quelle bestie? — Son trent'anni che ci ajutiamo fra noi, signorino. Date un soldo a questa povera vecchia, — e stese verso di me un braccio mummificato. In tempo che mettevo mano a tasca, la volli osservare. Era cieca da un occhio; la carne del suo viso e delle sue braccia era a squamme color del tabacco per una malattia della pelle; aveva una larga piaga in una gamba, che non le permetteva di camminare, onde senza muoversi dal sedile di pietra su cui stava da qualche giorno, faceva lì i suoi pasti luculliani e lì intorno deponeva i suoi escrementi. L'amicizia delle talpe non era tutta disinteressata.
Non credere, amico mio, che ti racconti novelle. Ti scrivo, è vero, dalla Magna Grecia, ma la mia, lo sai per prova, non è — græca fides. —
Su quel pagliericcio ammuffito veniva a dormire la sera il resto della famiglia, composta di otto persone. Due le avevo conosciute, le altre sei, quando io mi trovavo là dentro, erano per le vie di Napoli a guadagnare la giornata. Gl'inquilini di questo maraviglioso locale pagano nove lire al mese! Eppure nessuno ancora si è dato per inteso di questa specie di crudele rapina!
Appena ebbi messo qualche soldo nella mano della vecchia, cominciò un baccano diabolico nel gruppo di donne, che affollate mi stavano ad aspettare su la porta, per voler qualche cosa anch'esse. Uscii fuori inorridito, presi una larga boccata d'aria meno peggio e promettendo soldi a condizione, seguitai con le altre megere il disgustoso pellegrinaggio. Non starò a farti una descrizione particolareggiata di quello che vidi in appresso, per non allungar troppo questa lettera, ma per sommi capi cercherò di dartene una idea.
In una specie di fondaco che esiste nell'interno di questo vico, dove i piani terreni o bassi sono tutti dello stesso genere di quello che ti ho descritto, volli salire ad un primo piano e per una scoscesa gradinata che molti anni addietro deve esser sembrata una scala, capitai in un vespaio di altre spelonche fetide e buje. Traballando ora per gli avvallamenti dell'impiantito, ora per aver inciampato in un monte di spazzatura, in uno de' soliti pagliericci stesi per terra, feci un giro alla lesta, perchè il tanfo e il caldo umido mandato dai corpi d'una moltitudine d'infelici che languivano là dentro, era insopportabile. Nel fondo d'uno di questi antri mi arrivò al core una voce fioca e lamentevole. Cercai con gli occhi nell'oscurità, ma non potei scorgere l'infelice che la mandava. Domandai allora di che si trattasse. Mi fu risposto: — È una povera partoriente che chiede la vostra carità. — Sola! — osservai. — No, guardate, ci stanno d'appresso due comari. —
Mi fecero premura perchè la vedessi, ma con qualche scusa potei scansare quella vista dolorosa. Domandai soltanto se fra quelle donne che l'assistevano v'era la levatrice, ma non intesero nemmeno il vocabolo. In un'altra stanza trovai un bambino di tre in quattro anni addormentato sopra un mucchio di spazzatura. Mi chinai ad osservarlo alla luce d'un fiammifero, e vidi che aveva le gote nere affatto dalle cimici; i capelli poi si muovevano addirittura sotto il brulichìo di altri insetti. Fui scosso tanto dolorosamente da quella vista che, vinta ogni repugnanza, mi chinai e con una mano mi misi a pulirgli le gote. La madre, che fino allora io non aveva saputo qual fosse, in mezzo all'orrida tregenda che mi faceva ala e corteggio, mi si avventò furibonda al braccio, gridando come una cornacchia e me lo tirò indietro. Io m'alzai indispettito e la guardai arcigno. Essa mi ficcò in viso due occhi che schizzavano faville di rabbia, e alzando i pugni in aria di minaccia, mi disse, digrignando i denti e tremando di rabbia, che non toccassi la sua creatura. Alcune donne del gruppo ed un vecchio che avevano capito la mia intenzione, furono subito intorno a noi, cercando persuaderla, ma su le prime non fu possibile farle intender ragione; seguitò a guardarmi inferocita ed a gridare che non toccassi la sua creatura.
Allora nacque un bisbiglio diabolicamente animato. Chi la riprendeva per me, chi per lei. Io pure m'adopravo a dire le mie ragioni, ma predicavo al deserto, perchè non ero inteso; ma finalmente le vidi ammansire la collera e, dopo poco, accostossi a me raumiliata, quasi a chiedermi scusa, pregandomi però di non toccare il suo figlio, perchè aveva la febbre e appena desto, si sarebbe messo a strillare. Io cedei volentieri alle sue preghiere, e feci le viste di credere a quanto mi diceva, ma dalla scena violenta che aveva avuto luogo senza un motivo plausibile e dalla paurosa diffidenza, con la quale seguitò a guardarmi, non mi ci volle molto per capire che il timore della jettatura avea suscitato quel disgustoso parapiglia.
Che impasto orrendo di stupidità, d'amore e di ferocia!
Visitai anche gli altri chiassuoli e da per tutto lo stesso umido, lo stesso fetore, la stessa nuda miseria.