LETTERA V.
Dove si parla della festa di Montevergine.
Napoli, 21 maggio 1877.
Una di queste mattine, avanti giorno, fui destato in sussulto da una forte botta d'arme da fuoco esplosa a pochi passi dalla mia casa. Mi alzai sul letto; stetti un po' in orecchi.... silenzio perfetto. Un suicidio! pensai, e il cuore mi batteva forte forte, immaginandomi la vittima là, in mezzo alla via, boccheggiante nel proprio sangue. Che faccio? mi vesto? vado alla finestra? corro nella via? e intanto rimanevo inchiodato sul letto a pensare. Chi sa? qualche amore sfortunato.... qualche cambiale in scadenza.... qualche.... Un altro colpo sparato proprio sotto la mia finestra, mi fece fare uno schizzo che mi alzò un palmo su la materassa. Due omicidj! e nel tempo stesso udii dei passi accelerati nella via che nel momento mi fecero credere ad una aggressione, ma il non aver udito nessun grido, nessun lamento.... Un altro scoppio più forte dei primi! Oh! tre omicidj poi a quest'ora mi cominciavano a parere un po' troppi! Ma pure tante esplosioni in così breve spazio di tempo, a quest'ora.... Mi parve sentire qualche leggiero rumore nella camera accanto, dove dormiva la mia padrona, e chiamai: — Donna Maria? — Donna Maria, avendo supposto la ragione della mia chiamata, dètte in un solenne scoppio di risa e mi domandò: — Avete avuto paura? — Sì; o che è stato? — Fanno allegria per la festa di Montevergine, non temete di nulla. — Montevergine.... Montevergine! Non occorse che mi dicesse altro. Avevo tanto parlato e sentito parlare di questa festa e tante volte avevo fatto proponimento di andarvi, che pochi minuti dopo ero al tavolino con la candela accesa davanti, l'orologio da una parte, l'orario delle strade ferrate dall'altra e il lunario nel mezzo facendo studj comparativi, dei quali ognuno può intendere facilmente la profonda gravità. Erano le 4; il treno per Laura ed Avellino partiva alle 5¼, un po' di colazione trovando un caffè aperto bisognava farla in tutti i modi, dunque non c'era tempo da perdere. — Che vi levate già? — mi domandò la padrona, sentendomi romicciare per la camera. — Vado a Montevergine, Donna Maria. — Fate bene; Dio v'accompagni. — V'occorre nulla di lassù? — Dite una Salve Regina anche per me a quella bella Madonna. — Fate conto d'avergliela già detta da voi. — Dio ve ne renda merito. — Addio, Donna Maria. — Stateve buono. — E mi sbacchiai dietro l'uscio di casa.
Posta a guisa di sella su la groppa di una montagna a sei chilometri circa da Avellino è la pittoresca borgata di Mercogliano notabile anche storicamente per il doloroso ricordo dell'eccidio che lassù fu commesso nel 1799 di un drappello di soldati dell'infelice Championnet, dei quali si trovano anche ora le misere ossa scavando negli orti del villaggio, e per la morte che vi trovarono nel 1821 gli ufficiali napoletani Morelli e Silvati, i quali, essendo corsi con la loro truppa a dar man forte ai Carbonari colà riuniti, furono presi dopo un breve combattimento e fucilati all'istante su la piazza che ora porta i loro nomi onorati. Ah! quanto sangue è costata questa Italia alla canaglia, perchè se la godessero poi le persone per bene! ma lasciamo correre e diciamo piuttosto che la Badia di Montevergine, la quale sta sopra a Mercogliano in vetta ad un picco di granito, ha pure una storia ed una leggenda assai degne di nota.
Di lassù, dall'antico Mons Virgilianus, dove nei tempi pagani sorgeva un tempio a Cibele ridotto poi a chiesa cristiana, fu nell'anno 1497 portato in Napoli il corpo di San Gennaro, che dal cardinale Caraffa venne poi proclamato protettore della città, facendolo succedere così con la sua boccetta di sangue a Virgilio mago, ed all'altra boccetta di Porta Capuana tenuta fino a quel tempo come il palladio della città.
Nella chiesa di Montevergine trovansi ora esposti all'adorazione: una immagine bizantina di Madonna dipinta, come dicono, da San Luca ed il braccio col quale il santo la dipinse, portativi nel 1310 da Caterina II di Valois, reduce da Costantinopoli, che ivi è sepolta con suo figlio.
Questo è il Montevergine, verso il quale io m'incamminai tutto allegro e curioso e dove per tre giorni consecutivi accorrono ogni anno con sfarzo clamoroso di cavalli, di veicoli, di vesti, di provvisioni da bocca e, se vogliamo, anche di devozione, venti o trentamila popolani grassi di Napoli.
Arrivato ad Avellino, dopo avere attraversato allegre e feraci campagne, coperte d'una vegetazione quasi tropicale e dove, in mezzo ad una fantasmagoria di quadri uno più dell'altro pittoresco, altro non sentivo mancarmi che il mare ed il Vesuvio, presi appena tempo per dare una occhiata alla graziosa città, perchè il tempo minacciava un po' d'ogni cosa, con apparato solenne di vento, fulmini e tuoni, e insaccatomi solo in una discreta carrozzella, pronunziai al vetturino la magica parola, per la quale da un'ora mi seguiva a passo a passo come la mia ombra: — a Mercogliano! — D'Avellino non posso dirti quasi nulla, perchè ebbi appena il tempo di girarla a corsa per non correre il pericolo di trovarmivi imprigionato dal pessimo tempo. È una piccola, ma ridente città, che sorge in mezzo ad un ubertoso altipiano incassato fra montagne scoscese e severe. Il vino vi è buono, l'aria eccellente, le strade ariose e assai bene selciate; il clima mite e gli abitanti non lo so. Vi sono due belle piazze, qualche monumento ed un magnifico viale alberato che serve come pubblico passeggio, e per il quale il mio Automedonte si slanciò a trotto precipitoso per arrivare, se era possibile, a Mercogliano prima della burrasca che verso sera ci rincorreva brontolante e minacciosa. — Hai un gran bravo cavallo! — Eccellente introduzione per cattivarsi l'animo d'un vetturino, quando si vuole attaccar discorso. Mi accennò di sì con un sorriso angelico e con un dolce movimento della testa.
Avendo così di volo sentito dire della ruggine che esisteva fra Mercoglianesi ed Avellinesi, volli tastare il mio egregio Febo, per passare meno peggio il tempo e: — E tu sei d'Avellino? gli dissi. — Credei ad un tratto d'avergli domandato: — Siete voi cristiano? — perchè a bruciapelo mi rispose un — Per grazia di Dio — da buttarmi in terra. Ah! è inutile: se hai bisogno di dieci campanili, sbuzza dieci Italiani e gli avrai subito con le campane e tutto.
— E Mercogliano, dimmi, è veramente un bel paese? —