— Lo vedrete.

— Ma a te piace, vi staresti volentieri?

— Io! — Ma quell'io lo disse con un movimento tanto energico di tutta la persona, che la cuspide del campanile gli deve aver battuto di certo nel palato.

Così seguitammo un pezzetto a parlare di varie cose e stetti con grande attenzione ad ascoltare i suoi racconti, dei quali il più bizzarro mi parve la storia di un certo santo, di cui ho dimenticato il nome e che, temporibus illis, fu dai Mercoglianesi rubato a quelli d'Avellino per gelosia de' gran miracoli che faceva. Ma l'onesto taumaturgo, per mostrare il suo sdegno a coloro che avevan commesso il sacrilego ratto, seppe rifiutarsi con tale insistenza alle preghiere de' suoi nuovi devoti, che finalmente i poveri Mercoglianesi, inaspriti fino al trabocco, lo rimandaron via ipso facto, fra i fischi e le sassate della plebaglia, che lo rincorse facendogli dietro la bajata. —

Ma l'originalità della nostra conversazione giunse al colmo, quando il mio nobile auriga mi si confessò di punto in bianco ateo.

Ateo! Ah! come me la godo, come me la godo! o di dove diavolo è scaturito questo Lucrezio a cassetta? Ma un ateo tutto d'un pezzo con la frusta in mano mi pareva impossibile, ed infatti, dagli, picchia e mena, fruga di qua, fruga di là, ed ajutato dai primi goccioloni e da una razzaia di saette che cominciò a serpeggiarci su la testa e d'intorno, la magagna la trovai, facendogli confessare che per San Modestino, quel santo medesimo che fu scacciato tanto brutalmente da Mercogliano, ora me ne rammento, aveva una devozione speciale. — Per lui solo, veh! — Ah! s'intende bene, — risposi io; e intanto che l'uragano ci pigliava nel mezzo, lo vedevo trinciare segni di croce e scappellature, bada davanti, ad ogni saetta che guizzava come una lingua d'aspide intorno alla sua persona sacrilega. — Ah! sciagurato, che cosa hai fatto! — Che ho fatto? — Guarda come siamo conciati per colpa tua! guarda che grandine su i raccolti di questi poveri cafoni che avrebbero ragione di mangiarti il core se sapessero.... — Ah! Madonna, Madonna santissima di Montevergine! — Che è stato? — Una saetta aveva picchiato proprio in un albero alla distanza d'una ventina di passi davanti a noi. Il cavallo s'era fermato a secco, il mio egregio ateo era sceso da cassetta con un gran lancio ed era venuto a rifugiarsi sotto il mantice accanto a me, tutto tremante dalla paura e masticando giaculatorie precipitosamente. — E ora seguiterai sempre a non credere in nulla? neanche in quest'acqua che pare il diluvio universale? — Credo in ogni cosa, signore, credo in ogni cosa. — E allora come mai dianzi ti vantavi tanto? — Si fa per dire, signore, si fa per dire. — E il mio egregio ateo, modificato sotto l'azione del fulmine e ridotto ozono credente da ossigeno ateo che era, mi raccontò che novantanove per cento la causa di quell'uragano era qualche birbante che aveva portato seco della carne a Montevergine. — Come, come! a portar carne a Montevergine...? — Sì signore, a portar carne lassù, viene la tempesta. — E ci credi? — Signore, è la verità! — Sei un eroe! e giacchè è smesso di piover forte, torna al tuo posto e andiamo, chè non voglio far notte per la strada; animo! —

E il buon Lucrezio tornò mogio mogio a cassetta, tutto tremante, seminando i frasconi fradici come uno zimbello cascato nel beriòlo.

Arrivammo sani e salvi a Mercogliano che il cielo s'era rifatto tutto sereno, e dopo avere attraversato il paese per quasi tutta la sua lunghezza, in mezzo ad una enorme folla impillaccherata dai piedi alle punte dei capelli, giunsi alla casa dei miei ospiti, dove fui ricevuto in un modo per me anche troppo lusinghiero. Queste eccellenti persone che non mi conoscevano nè punto nè poco, appena ebbi loro mostrato un piccolo talismano in forma di biglietto di presentazione, mi accolsero con quella ospitalità larga, piena e spontanea, la quale, almeno per noi persone civili, è diventala ormai qualche cosa che va cercata come il fungo porcino: O ne' boschi o nulla. — Fate il vostro comodo, signore, e finchè vi piacerà trattenervi con noi, sarete parte della nostra famiglia. — Così mi disse il capo di casa, lasciandomi su la soglia della cameretta che mi aveva destinata. — Io conservo di queste care persone il più affettuoso ricordo. —

La vetta dell'Appennino, sulla quale è situata l'Abbazia di Montevergine, era l'unico mio scopo, ma fino alla mattina dipoi non mi era possibile andare, essendo già vicina la notte.

Mostrai allora desiderio di scendere in paese ed infatti accompagnato da' miei buoni ospiti, me n'andai a dare una occhiata al grosso villaggio di Mercogliano e ad ammirare la folla, che tumultuando per le vie e crapulando per le case e per le bettole, si preparava umanamente allo spirituale viaggio. Il trambusto che regnava allora nell'unica via lunga, storta e scoscesa, era spaventoso. A molte finestre sventolavano bandiere con immagini di santi, iscrizioni e rabeschi, le quali indicavano sfida alla folla da parte dei così detti poeti improvvisatori, dei quali ogni decorosa comitiva ha il dovere di portar seco almeno uno da Napoli, perchè canti le lodi delle sue donne e de' suoi cavalli, e perchè descriva le avventure della gita, e le scarrierate e le strippate fatte lungo la via, difendendosi poi dagli attacchi di chi negasse la verità di quanto egli va cantando. Alcuni di questi poeti, seduti sui davanzali delle finestre, con le gambe spenzolate, il viso acceso e il bicchiere alla mano, erano già alle prese con la marmaglia, la quale applaudendoli se arguti, o fischiandoli se sciocchi, berciava dalla via e smanacciava alternativamente e senza riposo. E in mezzo a tutto quel frastuono, non un suono piacevole, non una voce simpatica, un'armonia di strumento gradito che rallegrasse gli echi della pittoresca montagna! Rumore, rumore, eppoi rumore, e in mezzo a questo rumore: insegne di venditori, cartelloni di saltimbanchi, tele dipinte di cantastorie, tende su i carri, bastoni forcuti, pali e mille altri arzigogoli si vedevano correre ed agitarsi al vento sopra la folla. E tutto questo quadro fantastico nuotava in un ambiente di fumo denso denso, che portato giù dai camini dal vento temporalesco, o sollevandosi dalle padelle strepitanti dei numerosi friggitori occupati per la via, avviluppava la salvatica scena dentro un folto velo di puzzolente caligine. I lati dell'unica strada erano, alla lettera, assiepati di vetture d'ogni genere, di cavalli, di muli e di somari, che la ristrettezza dei locali non permetteva di mettere al coperto, formando due lunghe file interrotte soltanto dinanzi ai banchi di venditori di zoccoli, immagini di santi, banderuole, rami di abete, penne colorate, secchioli di legno ed altri fronzoli, tutti oggetti aventi un significato attinente alla solennità festeggiata e dei quali ogni fedele faceva acquisto, per ascendere alla sacra montagna e per riportarli poi a Napoli come ricordi del compiuto pellegrinaggio. Fra le due file di veicoli e di banchi, restava libero uno spazio di strada capace appena di dar passaggio ad una carrozza, ed in questo spazio circolava a stento la folla compatta ed ululante. Eppure ad ogni momento un veicolo tirato da focosi cavalli carichi di penne, di campanelli e di nastri, animati dalle grida e dagli scoppi di frusta d'un ossesso guidatore, andando alla carriera come nella strada più spaziosa e solitaria, passava turbinando. Un eccidio di gambe e di costole pareva imminente, ma tutti sapevano tanto ingegnosamente badarsi, che la furibonda meteora passava senza intoppi disastrosi e l'allegro vocìo non era interrotto per nulla, anzi in quei momenti era fatto più festoso e maggiore dalle acclamazioni entusiastiche e dagli evviva ai nuovi arrivati. Un chirurgo vi avrebbe fatto la figura di Tantalo. Giudico che l'egoismo di questa gente debba essere il gran talismano che li preserva dai pericoli. Ognuno pensa tanto alla propria salute e tanto poco a quella degli altri, che ne resultano gl'identici effetti, come se ognuno, senza badare alla propria, cercasse soltanto la salute altrui. Quando il resultato finale torna, anche se il problema è impostato male, accettiamolo e cantiamo le Lodi della Provvidenza.