Appoggiato alla spalletta lungo la marina al Chiatamone, posavo i miei sguardi desiderosi su le sue balze romite, e data la via a tutta la suppellettile di romanticismo che ogni buon realista deve portar seco necessariamente per le occasioni straordinarie, mi perdevo in un oceano di dolcissime fantasie, concludendo col domandarle: — E quando mi sarà possibile salutar Napoli dalla cima del tuo Solaro, o Capri maravigliosa? — Capri non mi rispondeva ed io, voltandomi indietro ogni tanto a darle un'altra occhiata, mi allontanavo adagio adagio, finchè, dopo aver destato con un caldo addio gli Echi del Castel dell'Ovo, correvo a spegnere i miei bollori romantici intorno alla mole parallelepipeda d'un gelato partenopeo.
Sono stato finalmente a Capri, dove ho passato due giorni di delizia, ed ora voglio dartene qualche ragguaglio.
La traversata fu abbastanza monotona, perchè il mare era troppo tranquillo e la compagnia non troppo adatta alla mia indole ed alla circostanza. Una banda di sei camorristi mascherati da suonatori che strapazzarono il Verdi, il Rossini e le mie orecchie, finchè non fummo arrivati, ed una comitiva numerosa di pellegrini francesi e tedeschi, che presi crudelmente dal mal di mare miagolarono per tutta la traversata, erano i compagni che la sorte m'aveva regalati e mi vi rassegnai. Me ne corsi a prua, mi accavalciai sull'albero di bompresso, lontano dalle armonie e dai conati, e lì sognando di cavalcare un mostro marino, padrone dei venti e dell'Oceano che mi brontolava timido ai piedi, bevvi a sorso a sorso il fascino di quell'isola agognata, che mi rivelò ad uno ad uno i misteri de' suoi seni profondi, delle sue vallicelle fertili e solitarie e de' suoi picchi severi, correndomi incontro su le acque, ed ingrandendo a' miei occhi ad ogni passo la sua mole tranquilla.
Avevo trovato la pace, ma per un momento fu seriamente minacciata.
Un vecchio ossuto e brontolone che aveva già avuto che dire col secondo e con lo sguattero di bordo, mi raggiunse anche lassù. Mi si accostò adagio adagio, e quando mi fu vicino mi raccontò, ma col tono solenne di chi ha fatta una grande scoperta: — Divino questo cielo d'Italia! — Le dieci e mezzo precise, — risposi io, tirando fuori l'orologio. — E lui: — Eeeh? — E io: — Eeeh? — Divino questo cielo d'Italia! — ripetè forzando la voce. — Dite più forte, non v'intendo, — e m'accennavo l'orecchio. Lo feci sgolare per una diecina di minuti, dopo i quali, come Dio volle, ebbi la gioja di vederlo allontanare non soddisfatto, ma tutto pace e compunzione, ed ottenni così il mio scopo di restarmene solo, lontano dalle distrazioni ed in compagnia delle mie stravaganti illusioni. Ma Dio non paga il sabato. C'incontrammo lo stesso giorno alla locanda a tavola rotonda, e me lo trovai proprio accanto! Che si fa? Per liberarmi da spiegazioni che potevano essere nojose, mi toccò fare il sordo tutto il tempo del desinare, e se soffrissi non lo so altro che io con la voglia che avevo addosso di espandermi e di parlare da per tutto e con tutti, di tutto e di tutti, e di ridere e di chiassare strepitosamente. Ma me l'ero meritato.
Il battello intanto filava allegramente, e presto arrivammo in prossimità d'una riva solitaria, irta di scogliere maestose, dove, appena dato fondo, una folla di piccole barche ci si avventò incontro, per condurci in quella caverna fatata, in quel fantastico gineceo delle Nereidi, che tutto il mondo conosce sotto il nome di Grotta Azzurra.
Che natura meravigliosa è questa! che prodigio della creazione è questo golfo superbo, questo cielo, queste isole, questo mare, dove non è lecito muovere un passo o guardarsi d'intorno, senza incontrar sempre nuove cause d'entusiasmo e di stupore! La Grotta Azzurra deve essere un inganno per le anime volgari che la vedono la prima volta. Avvezzi tutti a sentirla cantata ed a vederla dipinta come uno scenario a festoni imbevuti nel turchinetto, lunga lunga e azzurra azzurra, devono trovarsi necessariamente sconcertati, quando si accorgono che non è nè spaziosa nè azzurra come l'idea che se n'erano formata, ma raccolta e colorata di un verde mare metallico a riflessi d'argento lucentissimi, e più bella e più poetica di quello che fantasia umana possa immaginare. Io pure ho provato questa prima impressione, e ne sarei escito malcontento, se trattenendomi là dentro non mi fossi sentito, a poco a poco, trasportare in uno stato di estasi dolcissima.
La luce scaturiva dalle acque profonde, ma era luce che mi pareva soprannaturale; era una luce fosforescente, in mezzo alla quale vagavano, lenti lenti, gruppi di pesci fantastici, vestiti dei colori dell'iride, e su le pareti e sul fondo incerto della vôlta vedevo strisciare danzando fantasmi d'argento alati, e dissolversi e ricomporsi rapidamente in mille forme bizzarre. Le mie idee cominciarono a smarrirsi, e non sapendo più credere che quelli erano i riflessi delle onde leggermente agitate, mi trovai perso in un mare di sogni soavi. Sognai di Fate e di palazzi incantati, dove mi pareva trovarmi in forza di qualche magìa; pensai al lago fragrante del Profeta e mi addormentai all'ombra odorosa del Taba, aspettando la voce melodiosa d'Izzafril, che mi chiamasse alle eterne voluttà del Genna; sognai i letti di musco e di canfora e i lunghi amplessi delle Huris dalla nera pupilla, e chi sa che capata avrei battuto negli scogli della bassa apertura che mette alla grotta, se il barcarolo non mi avesse strappato a' miei sogni strillandomi: Signurì, Signurino, abbasciate 'a capa! ed uscii meditabondo e confuso dalla fatata caverna.
Sbarcati alla marina di Capri, i miei compagni si allontanarono presto, chi a piedi, chi facendo dama su un branchetto di somarelli che aspettavano presso lo scalo, e rimasi finalmente solo.
Che quiete beata mi contornò allora! Pochi pescatori stavano a sedere su la rena, rassettando reti, i quali cantando sotto voce pareva non volessero turbare il silenzio di quella riva solitaria, ed un gruppo di bambini saltellanti e di giovinette fresche e gentili mi furon subito intorno, offrendomi pietruzze colorate e rose. Ero in uno stato di assoluta beatitudine. Mi voltai al mare. Il Vesuvio lontano fumava, e Napoli con una sottilissima striscia biancastra segnava il limite fra i due campi sterminati d'azzurro, del cielo e del mare. Messomi a sedere sopra uno scoglio davanti al grande spettacolo, quello che godessi non lo so; che cosa si dicessero fra loro in quei momenti il mio core e il mio cervello, nemmeno saprei dire; ma so che il core mi doleva, e che le grandi gioje dell'animo somiglian troppo al dolore, tanto è impastata male questa povera creta umana.