D'una ventina d'amici, dei quali doveva comporsi la comitiva, il cielo torbo e minaccioso all'ora della partenza ci aveva ridotti a sei soli, accompagnati da un certo malumore, ma pieni di speranza in quella fortuna che ajuta gli audaci, provvisti di buone gambe e di buoni polmoni, ed animati dalla più ferma volontà d'inerpicarci ad ogni costo a salutare il nuovo giorno dall'orlo dell'infuocato cratere. Il Lacrimacristi per le libazioni di rito lo avremmo trovato lassù. Cominciammo a piedi la nostra salita abbastanza taciturni, perchè l'oscurità del cielo, che ci avrebbe impedito di ammirare nel suo pieno splendore lo spettacolo che le nostre fantasie già pregustavano avidamente, quantunque se lo fingessero mille volte inferiore alla realtà, cominciava ad indisporci assai molestamente, quando uno dei nostri compagni gridò: — Io vedo una stella! — e un altro: — Io due — e io quattro.... e sei e otto e mille.... — All'apparire della luna le nebbie si squarciarono come per incanto, e con una rapidità straordinaria le vedemmo tuffarsi in giro sotto l'orizzonte, e mezz'ora dopo l'unica nube che interrompeva l'intatta serenità della notte, era il denso pennacchio del vulcano. — Il paradiso e l'inferno si guardavano maravigliati!

Quella certa tinta di malumore che ci era stata compagna fin'allora, non si rischiarò, come si sperava, col dissiparsi delle nubi. Ogni tanto un frizzo o un epigramma ci usciva sbiadito dalle labbra; un riso di convenienza lo seguiva breve breve, e dopo, silenzio perfetto. L'aspetto del Vesuvio, quella notte, era troppo solenne. La insolita vivacità che lo animava, presentava ai nostri sguardi uno di quei grandi spettacoli della natura, davanti ai quali ci sentiamo forzati a contemplare attoniti e silenziosi.

Sotto ai nostri passi risuonavano le lave d'Ercolano, echeggiando su le brune pareti delle casupole che a lunghi intervalli fiancheggiano la via, entro le quali, in mezzo a tanta desolazione e a tanto pericolo, i poveri abitanti riposavano tranquilli. San Gennaro vegliava per loro in molti tabernacoli, alla luce di piccole lampade, imponendo alla montagna con la destra alzata verso la sua cima. Davanti all'immensità della natura, quanta tristezza in quei piccoli lumi! La sterminata fede di questi felici sfortunati è qualche cosa di prodigioso! Venti volte il vulcano ha vomitato le sue viscere di fuoco su le loro misere abitazioni, venti volte ha ingojato ne' suoi torrenti di lava le mura, il tabernacolo, la lampada e perfino la immagine del santo, e per la ventesima volta hanno ricostruito la casa e il tabernacolo; hanno ricollocato la immagine ed accesa la lampada, ed ora dormono sicuri come all'ombra della più esperimentata e valida protezione. Beati loro! Se la prossima eruzione distruggerà ogni cosa, che importa? Si ricostruirà il tabernacolo, si riaccenderà la solita lampada e si tornerà a dormire sotto i ruggiti del vulcano, più tranquilli di prima. San Gennaro, o prima o poi, la grazia la farà.

Il vigore lussureggiante della vegetazione, in mezzo a tanta aridità del terreno bruno e polveroso, specialmente al confronto coi banchi di lava, sui quali l'occhio erra inutilmente in cerca d'un filo di verdura, è davvero maraviglioso. Pare quasi che quelle povere piante abbiano inteso la precarietà della loro esistenza e che facciano sforzi titanici per viver molto in poco tempo. Affrettatevi, affrettatevi, infelici condannate! chi sa che il nuovo autunno, invece che ad accarezzare i vostri frutti odorati, non vegga le sue brezze correre trepidanti attraverso ad un mare di scorie abbrustolite!

Il Piano delle ginestre ce lo siamo lasciato alle spalle; ecco i primi campi di lava! Dio, quanta desolazione e quanto silenzio! Il trovarsi di notte dispersi in quelle brune solitudini, dove la Distruzione e la Morte vegliano sole fra le tenebre, è cosa che abbatte l'animo, poichè ad ogni passo vi torna alla mente una lunga storia di disastri, premendovi al core con una folla di tristissimi pensieri. Se la luna non avesse mandato la sua pallida pioggia di luce, avrei creduto trovarmi, nomade Selenita, in mezzo ad una gelida landa del suo Mare Tranquillitatis, tanto era l'aspetto di morte siderea che mi stava d'intorno. — Inoltrandomi in quella regione selvaggia ed osservandone i particolari e la infinita varietà di forme assunte dalla lava nel raffreddamento, provai un senso che mi parve di paura e dimenticando il mondo lunare, m'immaginai, ad un tratto, d'inoltrarmi fra gli avanzi torrefatti di una battaglia di Giganti, e mi guardai dintorno spaurito. Membra di colossi umani intatte o schiacciate pareva sbucassero di sotto a masse enormi di macerie; torsi, cosce e braccia apparivano disseminati alla rinfusa in quel vasto campo di morte; e rettili giganteschi, parte distesi, parte aggomitolati in larghissime spire, o aggrovigliolati strettamente fra loro come dagli spasimi della morte; e groppe e fianchi di cavalli, e d'animali mostruosi spezzate e sparse in mezzo ad avanzi di tende, e vestimenta lacere e carbonizzate; e affusti, e bombe, e mortai e fortini diroccati, e ammassi di funi, e mille altre forme paurose di oggetti e di fantastiche figure ci contornavano da ogni lato, mentre sembrava che su la cima del cono fumante si combattesse ancora l'ultimo assalto della feroce e sanguinosa battaglia.

Accelerando i passi in questo diabolico paesaggio, giungemmo all'Osservatorio, ossia al quartiere dei domatori della ignivoma belva. Il Palmieri e Don Diego, dopo avere annunziato all'Europa che quella notte 27 maggio 1877 il vulcano dava segni d'insolita vivacità, dormivano. Nondimeno trovandomi all'ombra di quell'edifizio mi sentii sicuro, perchè il sismografo vegliava. Il pensare che anche scoppiando la montagna e scagliando nel sottoposto golfo l'Osservatorio, il Palmieri, Don Diego e la mia comitiva, quello strumento, subito dopo, ci avrebbe annunziata la catastrofe, mi dava tanta tranquillità che ripreso il mio buon umore cominciai a pensare a cose allegre, e mi tornò in mente un fattarello che volli raccontare agli amici, accaduto nella Maremma toscana e precisamente l'anno 1844. Una famiglia di contadini dormiva, una notte, tranquillamente sotto il suo povero tetto, quando il capoccia fu destato dall'insolito schiamazzìo che facevano le galline in pollajo. Dètte una gomitata alla massaja che gli russava accanto e.... — Senti nulla? — O la volpe o i ladri fanno man bassa su le nostre galline. — Saltarono il letto senza accendere il lume; dettero l'allarme al resto della famiglia, e qualche minuto dopo, tutti armati di schioppi, di frullane e di roncole correvano verso il pollajo un trenta passi discosto dalla loro abitazione.

Non erano anche arrivati a mezza strada, che una terribile scossa di terremoto avea trasformato la casa in un monte di macerie. I polli avevano presentito il fenomeno, e dandone coi loro schiamazzi l'avviso avevano salvato un'intera famiglia da morte sicura. Il fatto è vero; ora fateci sopra quelle riflessioni che crederete migliori. I miei compagni impressionati dal racconto si lasciarono andare a così strane argomentazioni, che ne restai dolorosamente maravigliato.

Si giunse perfino a sostenere che un pollo valeva un sismografo, anzi vi fu uno tanto esaltato, il quale pretese dimostrare che in certi casi un pollo morto vale un sismografo vivo. Qui feci le mie osservazioni alquanto indispettito e mi riuscì deviare la conversazione, perchè son troppo nemico di mandare in burla le cose, non solamente quando sono, ma anche quando pajono serie.

Al nostro giungere al piccolo casolare che precede di pochi passi l'edifizio dell'Osservatorio, alcune guide che dormivano all'aria aperta intorno ad una fiammata di sterpi, destate dai latrati d'un cane che annunziò il nostro arrivo, ci salutarono invitandoci a prender posto intorno al fuoco. Accettammo con piacere, poichè la sizza notturna a quell'altezza era piuttosto pungente. Ivi prendemmo qualche ristoro; scegliemmo fra loro un robusto giovinotto per dirigerci nell'ascensione e poco dopo, fumando saporitamente i nostri sigari, ci rimettemmo in cammino.

Percorso un mezzo chilometro circa di un sentiero abbastanza facile e pianeggiante, cominciò il faticoso cammino attraverso alle lave. La guida avanti e noi in fila dietro a lui, dopo un'ora di faticosissimo cammino fra grossi detriti di lava scabrosa e tagliente, traballando ad ogni passo e scorticandoci i piedi e le mani ogni volta che eravamo costretti a valerci anche di quelle per ritrovare l'equilibrio, giungemmo finalmente alla base del cono.