L'aspetto orridamente pittoresco del paesaggio che ci contornava allora, era superiore alle immagini della più ardita fantasia. Nessuna traccia di vegetazione sotto i nostri passi; da un lato il ripidissimo cono, in cima al quale una enorme nuvola (che tale pareva da vicino il pennacchio) tinta dalla luna ai suoi ciuffi estremi in un bianco perlaceo, bruna nella parte centrale che rimaneva ombreggiata dalla chioma, e rossa sanguigna alla base, rifletteva in larghi palpiti il lavorìo che si compieva nella immane fucina, dalla quale vorticosamente sbucava.

Dall'altro lato le groppe dei colli di lava tinte di un nero metallico, che frastagliate e seghettate acutamente sembravano, attraverso all'azzurro del mare, schiene di enormi ittiosauri, che si affollassero verso di quello per andarvisi a tuffare. Noi eravamo entrati sotto l'ombra del pennacchio e dall'oscurità, nella quale eravamo, ogni tinta assumeva per i nostri occhi il suo più forte valore. Il verde delle campagne lontane; la massa biancastra della città addormentata in mezzo a migliaja di fiammelle; la luna che nascosta ai nostri sguardi ci si mostrava coi suoi riflessi d'argento nello specchio della marina; le isole del golfo illuminate e visibili come in pieno meriggio, e dietro a quelle lo sterminato piano del mare luccicante pei riflessi di una miriade di stelle come un altro firmamento disteso ai nostri piedi, formavano un tale insieme di contrasti e di armonie, offrivano tali bruschi passaggi dal chiaro più luminoso allo scuro più forte, e tali lievissime sfumature sotto un cielo di una trasparenza cristallina, che io credo insufficiente qualunque mezzo umano a darne anche una pallida idea. Il silenzio che ci contornava era spaventoso, e in mezzo a questo silenzio il vulcano mandava a larghi intervalli i suoi rantoli profondi.

In quel punto la nostra guida c'indicò un ammasso di lava, sotto al quale, cinque anni or sono, trovarono la morte due giovani coppie: una di sposi novelli, l'altra di promessi sposi. Questi infelici spensierati, partiti allegramente dall'Osservatorio, s'erano inoltrati fino a quel punto per osservare più da vicino il torrente di lava che correva a destra di chi guarda il cono dal colle di San Salvatore, quando investiti da un getto di gas deleterj caddero asfittici e i loro cadaveri rimasero miserando spettacolo alla infernale solitudine, finchè un torrente di fuoco non gli ebbe travolti nelle sue onde divoratrici. Una lapide di marmo posta sopra un muro presso l'Osservatorio rammenta insieme con quelli di altre vittime i nomi di questi infelici, empiendo l'animo dello stanco viaggiatore di profonda ed ineffabile malinconìa.

Principiammo la salita del cono. Se Ercole avesse intrapreso quell'ascensione, io non dubito punto che l'avrebbe registrata fra le altre sue fatiche. Il declivio è ripidissimo ed il terreno che si calpesta è formato da minutissimi frammenti di lava scabrosi e vetrificati, dove la gamba affonda fino al ginocchio, tantochè dopo aver fatto dieci passi, con fatica inaudita, la via percorsa è appena di un metro. Nonostante si va, si rampica e ci sentiamo tornare nelle membra un vigore, nel quale non avremmo osato sperare pochi minuti avanti, tanta è la febbre dell'entusiasmo e della curiosità che s'impossessa di noi quanto più andiamo accostandoci alla cima paurosa.

Uno de' nostri compagni, un poco indisposto di salute, che fino allora aveva potuto farsi superiore alla fatica con la sua forte volontà, fu vinto da quest'ultima prova e chiese che lo lasciassimo riposare, pregandoci di proseguire, chè ci avrebbe raggiunti più tardi. Noi non lo volemmo subito lasciare ed aspettammo che alquanto rinfrancato riprendesse il cammino. Dopo qualche momento si rialzò, riprese la via, ma ricadde di nuovo a sedere, insistendo perchè si andasse avanti senza pensare a lui. Cedemmo alle sue preghiere, ma rimasero presso di lui due compagni e la guida che aveva addosso alcune provvigioni da bocca, perchè all'occorrenza avesse potuto ristorarsi.

L'andare senza guida incontro ad un ignoto di quella natura; sopra un terreno che cominciava a scottare i piedi, ed in mezzo a fumaroli che ci soffiavano intorno da ogni parte, era cosa che cominciava a darmi sgomento, onde rimasi per qualche minuto indeciso se avessi dovuto attendere o seguire il più robusto dei nostri compagni che vedevo già lontano e quasi arrivato alla cima del monte. — Quando egli si accorse della mia oscitanza e capì quale poteva, molto probabilmente, esserne la cagione, cominciò a gridare, animandomi, che non v'era alcun pericolo; che troppe volte aveva fatta quella ascensione e che era pratico più della guida. Io gli risposi che non dubitavo punto di quanto mi diceva, ma che non avrei proseguito in nessun modo senza la compagnia della guida e mi fermai. Il pennacchio che sbattuto dalla prima brezza dell'alba cominciava a sparpagliarsi su i fianchi del monte, più che qualunque altra cosa, mi dava sospetto.

— Potremo respirare avviluppati in quella cappa di vapori sulfurei? — badavo a domandarmi. — Siamo veramente sicuri che quel vapore, jeri innocuo, non abbia cambiato oggi le sue proprietà? — In pochi discorsi mi trovai preso dal timor pánico ed ebbi un momento assai triste, quando, rinforzato un po' il vento, vidi piegare rapidamente la enorme massa della chioma, scaricarsi sul fianco della montagna e corrermi incontro, rotolando vorticosamente giù per la nuda e ripidissima china.

Ebbi paura, sì, ebbi paura, nè me ne sento umiliato! Davanti alle grandi convulsioni della natura, dove mezzi di difesa non esistono, la parola coraggio è una parola che non arrivo a comprendere altro che in bocca dei vanagloriosi e degli sciocchi.

In pochi istanti mi vi trovai avviluppato interamente; gli occhi mi cominciarono a lacrimare; qualche starnuto, qualche colpo di tosse...; ah! ma si respira! Cambiò subito scena nel disordine momentaneo delle mie idee. Cominciai a gridare, a cantare ed a chiamare gli amici che non vedeva più attraverso alla grossa caligine. Mi fu risposto di sopra: — Corri, è meraviglioso! — e dal basso: — Eccoci, ci siamo anche noi — e in quattro slanci giunsi alla cima, dove poco dopo ci trovammo tutti riuniti. — Il nostro entusiasmo diventò allora frenesìa. Parole concitate, grida di maraviglia, strette di mano, bicchieri all'aria e un correre di sotto e di sopra in mezzo ai richiami della guida che ci gridava continuamente: — Costà no.... tornino indietro.... non si azzardino tanto da cotesta parte.... — Dio, Dio! che soddisfazione, che maraviglioso spettacolo era quello! — Gridai salute ai miei parenti, a' miei amici, anche ai miei nemici, perchè in quelle condizioni d'animo non mi pareva d'averne, e avrei voluto tutti con me a partecipare delle piacevoli, ma troppo violente impressioni di quel momento, ed a lasciarsi stringere ed abbracciare, perchè avrei stretto ed abbracciato anche Lucifero stesso, se fosse apparso a deriderci avviluppato nel suo mantello di fiamme.

Il fumo rabbuffato e sbatacchiato dal vento al di sopra dell'enorme crepaccio era foltissimo al di dentro; onde di tutto il lavorìo che si faceva nel fondo altro non potevamo scorgere che un incessante bagliore e udire una romba ottusa a quando a quando interrotta da sordi ruggiti e urli rauchi ed altri rumori così potenti e così strani, da non trovare raffronto altro che pallidissimo in quelli d'un furioso uragano.