— Non vi conduco. —

Persistendo nel nostro proponimento e buttandogli in gola un altro bicchiere di Lacrimacristi, finalmente si dichiarò vinto con queste parole.

— Ebbene, signori, volete andare da vero? andiamo. —

Come arrivammo in fondo non lo so; so che scottandoci i piedi e le mani, che trovandoci ora sospesi ai fianchi tormentati d'una rupe che sporgeva instabile sull'abisso, ed ora vedendo una rupe sospesa sopra di noi, mezzi accecati da soffioni di vapori aciduli in ebullizione, arruffati e sudanti, giungemmo ad una larga piattaforma posta circa alla metà del profondo imbuto fra l'orlo del cratere e l'infernale crogiuolo che vedevamo gorgogliare a pochi metri sotto di noi e lì ci fermammo, perchè era assolutamente impossibile andare più innanzi.

Quale scena sublime! mille occhi non ci sarebbero bastati per afferrarne con uno sguardo tutta la tetra bellezza. Mi sentivo tanto piccolo, che avrei giurato non essere il mio corpo più grosso di un grano di arena. I miei compagni poi non mi parevano più loro, ma ombre fantastiche attraverso a un sogno di febbre. Pensai a Dante, a Shakespeare, a tutti i grandi della terra, e tutti mi passarono attraverso al pensiero come pimmei, tanto era gigantesco l'orrendo spettacolo della orribile bolgia, entro alla quale ci eravamo cupidamente avventurati.

Allora non più paure, non più dubbj di pericolo; la vertigine ci aveva presi, eravamo ubriachi di ruggiti e di fuoco, e se un getto di lava ci avesse ricoperti, saremmo caduti gridando di gioja come il pazzo che vede bruciarsi addosso la veste; i nostri corpi avevano perduto il sentimento della loro individualità, e ci sentivamo nulla più che invisibili atomi confusi e dispersi nel turbine della tempesta.

Le pareti della mostruosa caverna, incrostate su tutta la loro scabra superficie di cristallizzazioni di zolfo, ed illuminate ora dai bagliori del fuoco, ora dalla luna che filtrava attraverso alla densa nuvola di fumo, riflettevano umide e luccicanti tutti i colori dell'iride. Lassù in alto una rupe gialla stava sospesa sopra un ammasso di lapilli di un turchino carico; accanto, una muraglia a picco tutta screpolata e fumante da larghe fenditure orlate da cristallizzazioni di altri colori vivacissimi andava a nascondere la sua base nel fondo del baratro. Su la nostra sinistra l'immensa breccia, dalla quale traboccarono le lave del 72, e di fronte l'altra apertura, dalla quale la nera e irsuta cresta del Somma, la montagna, su la quale Spartaco alzò il grido dei ribelli, si vedeva attraverso alla nebbia di centinaja di fumaroli che in linee parallele mandavano piccoli getti di vapore grigiastro che si svolgevano all'aria come tante code di cavallo fitte nel terreno ed agitate dal vento, e sul fondo di questo maraviglioso scenario passavano velocemente e si rincorrevano e si azzuffavano per l'aria, inerpicandosi o strisciando rapide sulle pareti del precipizio, frotte di demoni alati, che altro non sembravano ai nostri sensi instupiditi le ombre portate dai nembi di fumo che sbucavano vorticosamente dal fondo.

E intanto noi, mentre in mezzo a quella scena orridamente selvaggia, il Globo faceva intendere la sua voce potente, che facevamo? Rannicchiati sopra una rupe che si spenzolava nel vuoto, si ascoltava e si guardava in silenzio.

La bocca d'eruzione che vedevamo pochi metri al di sotto di noi, era il punto più spaventoso. Dai formidabili ruggiti che si levavano dal fondo pareva che un branco di leoni spirassero urlando tra le fiamme di una mostruosa fornace. — Il fluido che si agitava nel gorgo, abbassando e rialzando a brevi intervalli la sua massa vorticosa, gorgogliava e brontolava cupamente, finchè gonfiandosi nel centro si sollevava a poco a poco rompendo in grosse bolle alla superficie e lanciando da ultimo in aria, con una esplosione violenta, vortici di fumo infuocato e lava in forma di lacerti sanguinanti, che giungendo quasi alla nostra altezza ricadevano parte sempre liquidi e parte raffreddati, o nel crogiuolo o al di fuori, con lo strepito sinistro di una pioggia di pietre. Gl'intervalli fra un boato e l'altro, in alcuni momenti erano brevissimi, per modo che spesso un getto che ricadeva ne incontrava un altro che saliva, urtandosi e spezzandosi in faville, e ad ognuno di questi boati corrispondeva un bagliore come di scarica elettrica che andava a riflettersi brillando sul pennacchio e ad infuocarne la base.

Non so quanto tempo ci trattenessimo laggiù; ma so che mai non ce ne saremmo staccati, malgrado dei ripetuti inviti della guida, se non ci fossimo accorti che il sole incominciava già ad indorare la cima del cono. La sola idea di non perdere il panorama del golfo al sorgere del sole poteva rompere l'incantesimo che ci teneva incatenati là in fondo. Dopo un quarto d'ora di faticosa ascensione, uscimmo dal cratere.... Dio, Dio! è troppo! sono impazzato? son vittima fortunata d'un incantesimo? Che sublimità di spettacolo era quella! Credei d'aver fumato l'oppio, d'aver bevuta l'Haschisch.... io non so che cosa credei, ma in verità, con la mente già ubriacata dallo spettacolo di poc'anzi, ebbi un momento, nel quale mi parve d'essere impazzato davvero. Badavo a tastarmi le membra, a passarmi le mani su gli occhi e su la fronte, nè potevo persuadermi che quello che mi stava dinanzi era opera della natura. Pareva il lavoro delicato d'una Fata gentile; veniva voglia di temere che l'aleggio d'un insetto lo potesse disfare e si tratteneva il respiro, quasi temendo che anche l'alito più lieve potesse turbare quel diafano incanto.