Non credo a spettacolo più sublime.

Quando dalla cima di un vulcano che freme, gettando la sua ombra sul mare, i nostri occhi hanno dinanzi il sole che sorge fra le criniere nevose degli Appennini; la baja di Castellammare, tutta la riviera di Sorrento fino al capo Campanella; e Capri e Ischia e Procida coi loro picchi tinti di rosa dalla prima luce del giorno; e la pianura e Napoli tuffata nelle onde, che stende al mare, come una Ninfa innamorata, le sue bianche braccia da Posilippo a Resìna, la fantasia si smarrisce, l'animo si riempie di tanta malinconìa, le forze nervose cadono in tale abbattimento, che di tanta folla di sensazioni altro ricordo non resta che confusione e dolcissima tristezza.

Il popolo solo ha scolpito le bellezze di questa sua Italia fatata, nella malinconìa de' suoi canti.

L'aspetto del panorama si cambiava intanto rapidamente. La luce del giorno, dalla cima delle montagne scendeva rapida giù pei loro fianchi violetti; i vapori lievissimi della pianura sparivano; la vita si ridestava sulla terra e sul mare con migliaja di torrette che fumicavano e di barche che si staccavano spumeggiando dalle coste, e pochi momenti dopo anche la immensa città, simile ad un banco di lava biancastra solcato da profondi crepacci, brillò sommersa in un oceano di luce.

— Ah! godi, godi, Napoli mia, perchè davvero è grande la tua bellezza. Quante volte scorrendo la tua storia sanguinosa ho imprecato alle avide ombre di Corradino e di Murat, ma ora dall'alto di questa torrida roccia le scuso e le compiango. Godi, godi nel tuo letto di alghe e di fuoco, o bellissima Salamandra. Cuma, Baja e Miseno caddero tra i boati della Zolfatara e le scosse del formidabile Tifèo, ma erano meno belle di te. Morì, è vero, la rosea Pompei e la bruna Ercolano sotto la furia del tuo Vesuvio, ma il tuo Vesuvio ti guarda e sospira; anche lui deve amarti, sei troppo bella. —

Era tempo di discendere. Rotolandoci su i lapilli, in pochi minuti calammo all'Atrio del Cavallo; di lì, attraversando le lave che alla luce del giorno parvero meno micidiali alle nostre povere membra, giungemmo presto all'Osservatorio. Una breve fermata, un sorso di vino e di nuovo in viaggio, ma questa volta per la sospirata via rotabile.

Poco sotto alla casetta dell'eremita incontrammo una comitiva di signori in un ricco landau tirato da quattro cavalli. Ci guardarono ridendo, forse dei nostri aspetti rabbuffati, e, mi parve, con una certa aria di commiserazione. Guardai loro e ridendo io pure sotto i baffi. — Ah! no, signori miei, avete torto, — dissi fra me: — quando c'incamminiamo al Vesuvio strascicati da quattro cavalli, con le lenti affumicate, coi guanti glacés e gli ombrellini da sole, non si dovrebbe ridere altro che passando davanti ad uno specchio. —

LETTERA IX.
Spigolature.

Napoli, 30 maggio 1877.