Ho finito d'annojarti. Una malaugurata matassa di combinazioni mi s'è intrigata fra le mani inaspettatamente, e stasera in qualunque modo debbo lasciar Napoli, e con Napoli tanti cari desiderj che forse resteranno insoddisfatti per tutta la vita. Sono di pessimo umore. Rivedrò la famiglia, rivedrò i vecchi amici e i miei luoghi, ma lascio Napoli! Chi non la conosce, amico mio, o quei diseredati che conoscendola non hanno gustato i vezzi di questa Circe, non possono intendere il core dell'amante ammaliato che, improvvisamente costretto, deve abbandonarla. Ed io mi cheto e guardando il mucchietto de' miei pochi bagagli lì in un canto che fra poco verranno con me a bordo del San Piero della Compagnia Valery, e le bocche spalancate e vuote del cassettone che mi guarda come se volesse anche lui brontolarmi un addio, ti scrivo, per annunziarti la mia partenza, queste ultime righe, che precederanno di qualche giorno il mio arrivo costà, perchè ho intenzione d'andare fino a Genova e di rientrare nella nostra poetica Toscana dalla via dell'Appennino.

Avrei molte altre cose da dirti di questo paese, ma ormai lo farò a voce; ed intanto ti faccio grazia d'una descrizione che doveva chiamarsi l'Imbrecciata, non disgustandoti così col racconto delle più oscene brutalità, nelle quali mi sia mai imbattuto passando in rivista le vergogne di Napoli, dell'Italia e del genere umano; risparmio la tua pazienza col racconto di altre gite che ho fatte a Pozzuoli, a Camaldoli, a Caserta ed in altri luoghi incantevoli, e ti lascio anche desiderare qualche parola che potevo averti scritta del San Carlino e del suo Pulcinella, riserbandomi a farti sentire tutto il meglio che sia stato detto di questo arguto e povero filosofo, di questa sottile personificazione dell'indole napoletana, portandoti un opuscolo d'un certo Arcoleo che leggerai con grande compiacenza. Ti risparmio tante e tante altre cose, e ti stringo la mano e ti saluto.


Sono già a bordo. Il battello che secondo l'orario doveva salpare alle quattro, partirà invece verso le sette a causa della enorme quantità di mercanzie che vi sono ancora da caricare. La stiva è già piena fino ai boccaporti, ed otto barconi stracarichi di botti e di balle son qui intorno per consegnarcele. Dove vorranno cacciare tutta questa roba e a che ora s'anderà via, non lo so, nè me ne dispiace. Riapro la lettera che consegnerò poi, perchè te la imposti, al nostro Enrico che è qui a bordo tutto addolorato per la mia partenza, e finchè vi sarà tempo te la infarcirò alla rinfusa del meno peggio che potrò raccapezzare fra gli appunti dell'inseparabile taccuino.

U Solechianielle.

Un essere, per il quale le maraviglie del firmamento rientrano nella categoria delle cose superflue (fremi, ombra onorata di Galileo), è il povero Solechianielle, vulgo, Ciabattino ambulante. Tutto il suo armamentario è rinchiuso in una cesta di truciolo, che tiene dietro alle spalle, dentro alla quale si possono vedere: tacchi vecchi, tomai accartocciati, elastici sfilaccicati, tramezzi sfondati, bullette vecchie, spago vecchio, pece vecchia, aghi rotti, lesine spuntate, trincetti intaccati, martelli smanicati, ed altre molte cose tutte otte, ecchie e acce, che formano il patrimonio o meglio la miseria mobile del povero ciabattino. Ha una ciabatta in mano e, come fanciulla

Umilemente d'onestà vestuta,

passa tra la folla con l'occhio abbassato pudicamente al suolo, nè si distrae, nè parla, nè grida, ma va e va e va, continuamente assorto in quelle che parrebbero sue meditazioni dolorose. La prima volta che dà nell'occhio uno di questi esseri, muove quasi a pietà, perchè vi desta subito nell'animo qualche dubbio doloroso. Spesso pare che corra affannato in cerca d'un oggetto smarrito e di grandissimo valore per lui, e qualche altra, sembra un'anima preoccupata che fugge davanti ad un rimorso che la perseguita, quando non v'immaginiate che cerchi la gemella smarrita della sua anima o di quella incompresa ciabatta che ha costantemente in mano. Ma alla pietà succede subito lo sdegno, se le vostre scarpe si fossero per caso magagnate a vostra insaputa, e peggio poi se avessero una di quelle screpolature che fino ad ora avete nascoste tanto gelosamente a furia d'inchiostro, e che non sono rimediabili altre che con la così detta sardina o con la famosa dentiera di spago.... Succede lo sdegno, dicevo, perchè a lui non sfuggirà di certo il guajo che affligge tanto molestamente le vostre basse estremità. Non un tacco dolcemente inclinato, non un sorriso lievissimo di tronchetto passerà inosservato alla sua vigile pupilla.

Perfino le avarìe delle suola, quelle leggerissime avarìe sotto la pianta, che sono uno dei vostri più curati segreti, a lui non sfuggiranno, come se i vostri piedi si muovessero sopra ad uno specchio, ed inesorabilmente ve le accennerà stendendo il braccio e l'indice verso la parte vulnerata.