Sonia

(spaventata, si trae indietro. — Resta in pena, sospesa.)

(Un silenzio.)

Ulrico

(scaccia l'ira che lo pervade. Siede. Le parla con una specie di leale remissività.) Riconosco che farnetico. Riconosco che, immaginando costrizioni e martirii, sono in errore. Ma è l'acredine! È la rabbia! È la malignità della rabbia! Ricordo la tua vita d'un tempo non remoto, la ricordo scorrere fluida come un fiume, apportatrice imperturbata di godimenti, tra i rovi e le asperità delle tristezze altrui, degli altrui malori, delle altrui miserie, e in questo ricordare il rimpianto mio, cosí diverso dal tuo, s'inasprisce, si esulcera.

Sonia

(ascolta attentamente.)

Ulrico

In te il rimpianto non è suscettibile di esacerbazioni. È saltuario, scialbo, superficiale, svanente, estraneo al fermento della realtà. «Come in sogno» hai detto, e ti sei espressa con esattezza, poiché, di fatti, ti hanno addormentata nella convinzione che il tuo piccolo mondo d'allora sia sparito per sempre. (Scattando facinoroso) Ma è falso! È falso! La falsità è stato il tuo narcotico!... Esisto io tale qual ero. Lo vedi! Esiste tale qual era tutto ciò che lasciasti! E con la medesima voce con la quale io t'ho chiamata pocanzi, tutto ciò che lasciasti ti ha chiamata e ti chiama!