Don Fiorenzo
(la osserva con una fissità in cui convergono il suo pensiero, il suo udito e la sua vista. Indi le chiede lentamente:) E desiderate che io gli riferisca sùbito la vostra risposta?
Annita
(abbandonandosi, esausta, sopra una sedia) Sì.
Don Fiorenzo
Sta bene. (Dopo averla, ancora, osservata lungamente, prende una sedia, le siede vicino — e ricomincia a parlarle pacato, insinuante, con paterna intimità.) E se io vi dicessi, Annita, di non esser convinto che voi non possiate, più tardi, pentirvi del vostro rifiuto?
Annita
Crederei di trovarmi, oggi, innanzi a una persona che non mi conosce, non dinanzi al mio confessore, che legge ogni giorno nella mia coscienza.
Don Fiorenzo
Alla vostra coscienza sfugge assai di frequente quello che si chiude nell'enigma del vostro spirito. Limitandomi a leggere in essa, ignorerei di voi tutto quello che voi medesima ignorate. Io vi ho scorti, dianzi, sul viso, i segni di una intima lotta, che appunto sfuggiva alla vostra coscienza. Era una lotta inconsciente e confusa, ma tale che tutte le vostre fibre ne risentivano, torcendosi come fili d'erba sopra un suolo arroventato. E, quando vi ho chiesto categoricamente se dovessi riferire a mio fratello il vostro diniego assoluto, voi avete fatto cadere dal labbro un triste monosillabo, abbattendovi come se, insieme, fosse irreparabilmente caduta tutta la vostra vita.