Sebastiano
(siede a molta distanza da lui; mette una gamba sull'altra; da un taschino del panciotto tira fuori un sigaro, e lo accende. — Manda in alto una grossa boccata di fumo. Indi, con imbronciata rassegnazione, conclude:)... E divertiamoci!
(Sipario.)
ATTO QUINTO.
La medesima camera.
SCENA I.
È il tramonto di un torvo giorno di dicembre. Qualche lampo illumina di tanto in tanto l'ambiente cupo. Qualche tuono, or lontanissimo, ora un po' più vicino, segue a ciascun lampo, sordamente. La fiammella della lampada innanzi allo scarabattolo diventa, nell'ombra, più vivida, e proietta sul pallore di tutto il corpo del Cristo una luce rossastra.
La porta in fondo è chiusa.
Don Fiorenzo
(solo, rannicchiato sulla poltrona, presso il tavolino, vi poggia le braccia incrociate, e sulle braccia piega il capo appesantito, nascondendo il volto, nascondendosi tutto nella sua solitudine. — A un lampo più luminoso, egli sussulta. — Solleva il capo. Si alza, e mal si regge in piedi. Si accosta allo stipetto, su cui è un lume di ottone. — Mentre è intento ad accenderlo, un rumore gli giunge dall'alto. Ristà. Guarda il soffitto mormorando:) Che fanno quassù?!... (Poi, con la mano tremula, accende il lume. Guarda di nuovo il soffitto, lungamente, e ripete:) Che fanno?!..: (Ma ecco un altro rumore, diverso. Si picchia alla porta. — Egli va per aprire. Si trattiene.) Chi è? Chi è?... Sei tu, Sebastiano?...