Giulio

(volgendosi indietro) Animo, Annita! Vieni! (Avanzandosi e parlando con garbata riservatezza) Tu non dài soggezione a lei, Fiorenzo, come non ne dài a me. Ma tutti e due ricordiamo, nè tu hai potuto dimenticare, che ci avevi proibito di oltrepassare quella soglia.

Annita

(è entrata, senza troppo avanzarsi. — Porta un breve paltò semplicissimo, ma quasi elegante, e un piccolo cappello da viaggio. La veletta che le copre il viso le nasconde un po' l'espressione di estrema stanchezza e le conferisce un aspetto anche più enigmatico del solito. Il suo corpo fragile, in quell'abito stringato, appare d'una flessuosità più spiccatamente muliebre.)

Don Fiorenzo

(a Giulio) Proibito, no. Ve ne rivolsi preghiera. Tu diventavi così astioso con me, così maligno....

Giulio

Non mi pare, Fiorenzo. Eri tu che ti adombravi per fatti i quali, in fin dei conti, non riguardavano che me ed Annita. Io vedevo, finalmente, con esattezza, la causa unica delle sue aspre riluttanze d'un tempo verso di me e di quei suoi spasimi contraddittorii, che, disgraziatamente, col matrimonio non sono cessati. A te, in fondo, dispiaceva che io vedessi la verità. Ma come avrei potuto non vederla? Essa mi balzava intera davanti agli occhi. Annita si dibatteva ogni giorno — come, purtroppo, ancora si dibatte — tra l'ardore crescente dell'affetto coniugale e il fantasma dell'ascetismo che tu le aggrappasti allo spirito e al corpo. (Volgendosi un po' ad Annita) Lei stessa, oramai, — se non mi sbaglio — ne conviene.

Annita

(con un timoroso sforzo di lealtà) Certamente.