Non avrò commesso un qualche delitto, spero.

Don Fiorenzo

Il ricorrere all'artifizio raffinato di un falso innamoramento per circuire una fanciulla onesta e inesperta è per lo meno... una viltà.

Giulio

(ha un immediato moto di sdegno; ma si padroneggia e piglia un'aria fittizia di noncuranza.) Parli della signorina Annita?

Don Fiorenzo

(con austerità) Di lei parlo, s'intende. Di chi potrei parlare se non di lei?... (Siede, e cerca, anche lui, di moderarsi.) Tu non ignori, Giulio, le ragioni supreme che mi hanno indotto ad aver cura della sua esistenza. Quando cominciai ad accorgermi che tu ritornavi alle tue antiche abitudini per tentare la conquista di quella buona creatura, mi affrettai a confidarti chi fu sua madre e come precisamente da sua madre mi fosse stata inviata affinchè io la proteggessi e le volessi un po' di bene. Credetti che tu, possedendo già la chiave del vecchio nascondiglio dei miei ricordi, avresti sentita l'imponenza di ciò che ti confidavo; credetti che la tua rinascente galanteria d'uomo frivolo e pervertito ne sarebbe rimasta interdetta, ne sarebbe rimasta disarmata.... Ma, purtroppo, non fu così! Con me, da allora, hai ostentata abilmente una completa indifferenza per Annita, e, nel medesimo tempo, alla chetichella, hai cercato di attirartela, assumendo degli opportuni atteggiamenti d'innamorato mite e rispettoso. Dopo quanto ti avevo detto, non mi sarei mai potuto aspettare che tu avresti agito così. Io ne ho avuto maraviglia e rammarico, Giulio, e, se ancora te lo tacessi, come te l'ho taciuto fino a oggi per un ritegno che deploro, mancherei al mio còmpito, e mi parrebbe, per giunta, d'essere il tuo complice!

Giulio

(mettendosi a cavalcioni d'una sedia — con pacatezza dispettosa) Ti faccio notare che per non venir meno al tuo còmpito, tu incorri in una grave scorrettezza, per così dire, professionale.

Don Fiorenzo