Non lo dichiari apertamente, ma sei convinto d'esserle di sollievo. Sì, sei convinto che tra i ricordi perenni nascosti nell'abisso ci sia quello della tua devozione. Cosicchè, oltre ad avere l'opportunità d'appagare il desiderio di vederla, avrai pure il privilegio di farle del bene, di esserle prezioso: avrai pure la speranza... ma che dico «la speranza»!... avrai la sicurezza d'essere da lei preferito fra tutti. E ciò ti riempirà di gioia, ti riempirà d'orgoglio, ti renderà felice!...

Valentino

(difendendosi e supplicando) Ma Stefano!

Stefano

(con amara violenza) Lasciami gridare ciò che penso e ciò che sento! Lasciami gridare che t'invidio!

Valentino

Io sono stato il tuo servo, Stefano! Non mi mortificare così.

Stefano

T'invidio, sì, t'invidio per quello che sarai domani e anche per quello che sei stato sinora! Che t'importava di trascinare la misera persona fra le miserie naturali della tua vita? Eri un deforme? Ma sapevi di esserlo. Eri un debole? Ma sapevi di esserlo. Eri il mio servo? Ma te ne accontentavi. E quando potevi rivolgere la parola umile e affettuosa alla donna dalla quale io ero idolatrato, quando, più tardi, dopo che la demenza l'ebbe distaccata da me, potevi guardarla lungamente dalla tua finestra, nel silenzio della sera, sola, smarrita nel giardino dove tante volte mi aveva coperto di baci, a te pareva di conseguire un premio immeritato e dovevi senza dubbio averne delle estasi profonde!

Valentino