(Breve pausa.)
Nellina
(accigliata, cupa, truce, ma placata).... In tal caso... la tua coscienza — è vero — non può non essere divorata dal rimorso, ma lei, intanto,... fu messa in salvo.
Gigetta
No, perchè io l'ho sempre riveduta nella tua persona.... Dinanzi ai miei occhi, ella rivive in te. (Scendendo in ginocchio) Calpestami, schiacciami, maledicimi.... Fammi tutto quello che mi faresti se tu sentissi di essere lei!
Nellina
(sopraffatta dalle sensazioni più diverse, invasa da una commozione complicata) Ma che dici?! Che dici?! Àlzati sùbito! (La prende, la solleva, la mantiene serrata fra le braccia.) Ti pare possibile che io voglia maledirti? Ti pare possibile che io voglia giudicarti?!... Questa tua allucinazione, sì, questa tua allucinazione di madre, che dura da tanto tempo e che mi spiega la tua tenerezza, la tua umiltà, i tuoi scrupoli, i tuoi sacrifizi, mi ha fatto per lo meno comprendere che anche una donna come noi può alimentarsi di bontà e di amore. Tu hai carezzato il mio cuore come si carezza un bambino sordo e muto e, facendo così, gli hai dato, a poco a poco, l'udito e la parola. Io ti sono riconoscente, Gigetta, io ti copro di benedizioni, e, giacchè tu rivedi in me la figlia che volesti perdere, ciò che io ti dico dovrebbe bastare, se non altro, a liberarti dal tuo cilicio.
Gigetta
Non basta, non basta! La tua indulgenza è un dono generoso che tu mi fai, e io me lo prendo con devozione.... Ma non ho ancora ottenuto lo scopo per il quale volli avere la forza di vivere... e non posso ancora morire tranquillamente vicino a lei... e vicino a te. (Si distacca e ricasca sulla sedia.)
(Un silenzio.)