(esausta) Finalmente! (Resta seduta, con la schiena curva, la testa pesante, il mento sul petto. Poi si alza, lenta, pigra, incerta, quasi inconsapevole. — Chiude a chiave l'uscio della veranda, chiude i battenti del finestrone, si avvicina alla toletta, ne accende una lampadina, siede e fissa la sua immagine nello specchio, con melanconica curiosità. Si toglie qualche gioiello, qualche nastro. Con l'asciugamano, che trova sulla toletta, si strofina il volto, togliendone la cipria.)

(Si batte, pianissimo, all'uscio.)

Nanetta

(sussultando forte) Chi è?! (Pausa.) Nessuno... (Si batte di nuovo.) Ma chi è?! (Ella s'accosta alquanto per origliare, e leva un po' la voce:) Se non so chi è, non apro. (Si batte la terza volta. Una vampata le sale alla testa. Ella mormora, tra sè:) Corrado, forse?!... Corrado?!... (Riflette.) Sì! Certamente!... (Le pulsazioni del cuore le rompono il petto. In preda allo sbigottimento, ancora tra sè, mormora:) Dio mio!... Perchè? Perchè?... (Non osa aprire, nè ci rinunzia. E, affinchè le sia consentito di aprire, simula:) Sei tu, zia?... sei quel monello di Enrico... con la pretesa di spaventarmi? (Fingendo di scherzare) Non ci credo, sai, agli spiritelli notturni. Chi picchia di notte alla porta di una donna è sempre un uomo. E se quest'uomo è un cuginetto con quattro peli sul viso, la donna apre la porta e lo riceve con un cordiale scapaccione. (Tutta la sua persona è come sgretolata dalla perplessità. Ella non resiste più. Cede al suo impulso, pur continuando a simulare, e gira la chiave nella serratura, dicendo:) Tu taci?... Vuol dire proprio che ci tieni allo scapaccione, e io... te lo darò! Ed energico, anche. (Apre.)

Corrado

(è lì, sulla soglia.)

Nanetta

Voi! (Presa da un panico repentino, sta per richiudere prima che egli si accinga a entrare.)

Corrado

(opponendosi senza violenza) Vi pentite troppo presto d'avere aperto. (Ha le guance bianche, la fronte accesa, la voce breve, lo sguardo sfuggente e qualche cosa di ambiguo in tutti i suoi movimenti sobrii.)