Nanetta
(puntandogli lo sguardo in faccia) Hai paura di ritornarci?
Enrico
Che c'entra la paura? (Evitando lo sguardo di lei) Avrei desiderato che tu mi risparmiassi una molestia inutile. Sai bene che ti ho creduta e che ti crederò sempre; sai bene che mi hai fatto riconoscere il mio torto, che mi hai fatto pentire d'aver trasceso. Che potrei dirti che tu già non sappia? Il voler ricominciare da capo con un colloquio solenne è una ingenerosità da parte tua. (Siede malvolentieri.)
Nanetta
Io non mi preoccupo del torto che hai avuto, nè ti ho chiamato per ascoltare il tuo formale attestato di stima o la tua formale dichiarazione di pentimento. Si tratta di tutt'altro, perchè è tutt'altro quel che a me preme. (Gli siede vicino e di fronte.) A me preme che tu guardi in te stesso, coraggiosamente, come si guarda in un nascondiglio dove si sia potuto appiattare il più pericoloso dei nemici. A me preme che tu ti sforzi di riconoscere la causa inconfessata del tuo inasprimento implacabile e della tua profonda sofferenza. Era una sofferenza che non aveva nulla di comune con lo sdegno di un cugino, fosse pure intransigente, per un suo lusso personale di austerità, come solo a un vero fratello spetterebbe di essere. Che cos'era, dunque, quella sofferenza? Che cos'era? Cerca, cerca la verità tra le più intime dissimulazioni del tuo animo, e dilla a voce alta. Dilla! Che cos'era quella sofferenza?
Enrico
... Era uno stato di sovraeccitazione, ne convengo.
Nanetta
(esortandolo vivamente) La verità devi cercare!