Don Giacinto

(preso da una specie di spavento, si agita più che mai, tentando di appartarsi. Sembra un pappagallo che, in allarme, si rabbuffi.)

Nanetta

(a Enrico, con brio crescente) Intanto, non ti ho abbracciato. (Fa per abbracciarlo.)

Enrico

(evitando, arrossendo) No, no.... Grazie....

Nanetta

Guarda lì. Sempre lo stesso!... Nemmeno quando eri un mocciosetto ti lasciavi abbracciare da me. (Si scioglie il fitto e abbondante velo che le avvolge la testa.) E ricordo che me ne arrabbiavo, perchè i bambini erano la mia adorazione e la mia aspirazione. Avevo poco più di vent'anni e già avrei voluto esser madre di tre o quattro marmocchi. (Con capricciosa mutevolezza, indicando Don Giacinto, abbassa la voce, ma non tanto che egli possa non udire.) E dimmi: quel signore, che è più prete di te, chi sarebbe?

Enrico

(sulle spine — presentandolo) Il mio maestro di teologia: il professor Tabarra.