(venendo di giù, passa, in fretta, per la breve veranda ed entra. Ella indossa una veste da ballo estiva, d'una eleganza meno semplice e più raffinata di quella che s'addice a una fanciulla. Ha il viso sfiorito, stanco, d'un pallore di sofferenza chiusa. Ha gli occhi cerchiati di livido, le labbra stirate, e agli angoli della bocca, come un segno d'amarezza. Appena entrata, si ferma dilatando il petto in un respiro ampio. Si vede che è venuta urgentemente a cercare la solitudine e il buio come una liberazione. Indi, nervosamente, si affretta a togliersi i guanti che lascia cadere a terra, siede presso una scrivanietta, poggia il viso tra le palme delle mani, quasi invocando di poter piangere. Dopo qualche momento, comincia, difatti, a piangere, a singhiozzare.)

(L'orchestrina cessa di suonare. — A un tratto, una voce si distingue nel brusìo e si leva, indiscreta. È la voce di Enrico.)

La voce di Enrico

(chiamando) Cugina Nanetta! Ti abbiamo vista, sai! Ci siamo accorti che te la sei svignata!

(Poi, subito, si levano altre voci:)

— È stato un vero tradimento, signorina!

— A me, lei aveva promesso l'ultimo giro di two step!

— A me, aveva promesso un pezzetto del velo che non le ho lacerato abbastanza!

— A me, la gardenia che portava sul petto!

— Venga almeno per lasciarsi salutare.