Enrico
(ridiventa d'un subito timidissimo e, con una inconsapevole freddezza diffidente, prende la rosa, in silenzio.)
(SIPARIO.)
ATTO SECONDO.
Il boudoir del quartierino occupato da Nanetta. Vi si entra passando per una veranda che è in fondo, e alla quale si accede, dal parco, per una scaletta che non si vede. L'angolo destro della stanza è tagliato dal vano d'un finestrone ad arco; l'angolo sinistro è tagliato da una specie d'alcova tra le cui tendine, un po' dischiuse, s'intravvede una piccola camera da letto. L ambiente, concentrato e civettuolo, è reso anche più grazioso dal capriccio di Nanetta che ha sparsi dovunque ninnoli bizzarri, pianticelle di serra, soffici cuscinetti ricamati, fotografie, brani di stoffe preziose. È evidente un po' di disordine vissuto. Sopra un sofà, un libro. Sulla toletta, tra le spazzole e i pettini, un asciugamano, qualche nastro, qualche fiore. Sopra una sedia, un accappatoio.
E tutto ciò ha un aspetto d'intimità profumata.
L'uscio della veranda e il finestrone sono aperti.
SCENA PRIMA.
(La stanza è al buio. Ma dalla veranda e dal finestrone penetrano i riverberi d'una luce mista, diffusa dalle luminarie del parco sottostante, dove sta per terminare, in pieno fervore, una festa campestre. Si scorge qualche luminoso globicino giapponese tra le cime degli alberi. E, come portate dagli stessi riverberi, giungono le note di un «two step», sonato a mo' di marcia da una vivace orchestrina, e un fluttuare di voci femminili e maschili, ora più vicine e più animate, ora più lontane e più lievi.)
Nanetta