Caterina

Sì, forse sarebbe questo il mio dovere, se l'aberrazione d'un istante avesse proclamata al cospetto del mondo e al cospetto di mio figlio la paternità che ora vantate. Pur troppo, in tal caso, io sarei perduta, io dovrei piegarmi a voi, dovrei essere la vostra donna, dovrei subire la vostra supremazia e dovrei dividere con voi — con voi che non mi amate, che non amo e che non amerò mai — tutto ciò che può darmi di dolce o di doloroso la mia creatura. (Si esalta a poco a poco nel convincimento della sua forza e del suo coraggio.) Ma, per fortuna, i figli nati all'ombra dell'infedeltà coniugale non appartengono che alla madre. Il fallo fu mio, non vostro, come miei sono stati i pericoli, miei gl'intimi dibattiti, mie le trepidazioni, mie le sofferenze fisiche e morali che soffiarono la vita in quel piccolo essere, e questi sono i fatti che costituiscono l'unico diritto vero, sicuro, forte, intangibile! Io potrei negarvi che quel figlio è vostro, e voi non potreste provarmi il contrario! Ciò basti a mostrarvi che debole cosa sia veramente la paternità. Ma io non ve lo nego, e non ho il bisogno di negarvelo! (Levando le braccia in alto) La provvidenza mi soccorre, ed io accetto il suo soccorso!

Francesco

Voi m'invitate a un'aspra lotta, Caterina.

Caterina

Non vi temo!

Francesco

(minaccioso) Ad una lotta disastrosa per voi!

Caterina

Non vi temo!