— Come parlate bene!

— Ascoltatemi: io ho una madre che ha per me una di quelle devozioni che non hanno limite e non hanno compensi, che mi vuol bene quanto io ne voglio a voi. La povera donna mi aspetta in questo momento, chissà con quale ansietà, e, guardate, io so la sua tortura — e resto, perchè a voi garba che io resti... per un capriccio, voi dite. Il vostro fugace capriccio mi è più sacro della sua devozione di trent’anni.

Donna Vittoria aveva stornato il viso, ella disse:

— Voi non mi parlate di un’altra persona....

— Quale?

— La vostra fidanzata, che, in questo momento, anch’essa vi aspetta.

Zaverio crollò vivamente il capo:

— Non ho fidanzata io. Vi dissi un giorno che esitavo ad abusare dell’ingenuità di una giovinetta, non vorrei ingannarla ora. Voi sapete che io non potrei amarla, perchè, vogliate o no, io vi appartengo irreparabilmente benchè io non speri nulla e senta che questa passione sarà la mia disperazione.

Vittoria l’interruppe questa volta: una cupa riflessione le rabbuiava il viso. Volse uno sguardo all’uscio ond’era venuta. La portiera sollevata lasciava scorgere nella penombra il profilo bianco del letto del marito e il luccichio di una pistola appesa al capezzale.

Zaverio tacque.