— Il mio disegno, rispose la baronessa, è semplicemente di procurarvi col barone una spiegazione, di cui voi due non mostravate, è vero, una soverchia premura, ma che è necessaria a me....
— A voi?
— Egli verrà qui, proseguì donna Vittoria, ve ne spiace? Potrete inventare una scusa, una menzogna; ma non è probabile che egli vi creda.
Zaverio era balzato in piedi.
— Voi fate, disse, una cosa mostruosa.
— Mostruosa sì, come la mia disgrazia; come l’oltraggio che quell’uomo e voi mi avete fatto. Credevate forse che io me lo dimenticassi? che io volessi tollerarlo? — Ah, signor duca, i vostri avi non vi hanno lasciato più dignità che sostanze.
— L’incauto! il vanesio! sclamò cedendo mano mano alla collera, egli ha creduto che quell’abbietta vigliaccheria gli desse il diritto di compiere la mia vergogna; io gli ho chiesto una riparazione, egli mi ha gettato un po’ di galanteria ed ha creduto indennizzarmi col suo amore — obbrobriosa, vituperosa derisione! Ed io devo perdonarvi? Vi pare che io avrei sopportato tutto questo, che io vi avrei permesso una sola parola, un solo sguardo se ciò non fosse stato necessario al mio intento? E il mio intento non può essere altro che quello di castigarvi. Io frenavo lo sdegno che voi m’inspiravate, pensando che la punizione sarebbe stata inevitabile e mi avrebbe compensata ad un tratto di tutte le vostre impudenze.
— E il vostro paladino è il barone? disse alteramente Zaverio.
— Egli non vai meglio di voi, lo so; ma bisogna pure che io mi serva di lui. Ho sperato un momento di farne senza. Sappiatelo, io ho esitato fra voi e lui. Ricordatevi del nostro primo colloquio nella serra; non vi ho detto allora che dei due uomini che mi avevano offesa, uno era di troppo? Bisognava che l’uno mi liberasse dall’altro.... e ho posta a voi la scelta. E v’ho lasciato tempo a riflettere.... e questa donna, cui faceste l’onore dei vostri desideri, vi avrebbe appartenuto. Ma voi non mi avete capito. I vostri desideri non erano che galanterie volgari, non poterono ispirarvi il coraggio d’un uomo. Voi non voleste essere il mio giustiziere, ed io vi ho condannato. E la sentenza si eseguirà qui adesso. Avrei voluto che la pena seguisse là dove il delitto fu compiuto; ma non ho voluto che si macchiasse la mia riputazione. Mio marito era capace di calunniarmi, d’accusarmi d’adulterio. Vedete ch’io ho pensato a tutto.
Zaverio la guardava impietrito: l’animo di quella donna gli si spalancava davanti come un abisso spaventoso. Il baleno del suo odio gittava una luce sinistra sopra le loro relazioni di quei tre mesi e ne rischiarava i più minuti particolari; mostrava il laccio ch’ella con una pazienza, una perfidia satanica aveva dì per dì annodato e che ora lo stringeva.