Zaverio intese il rumore cupo del grosso corpo sul pavimento. Non vide nulla. Sentì due braccia che gli stringevano furiosamente la testa e due labbra che cercavano le sue, e la voce di donna Vittoria che gli gridava:

— Son tua e ti amo.

Zaverio con un urlo terribile la ributtò a terra.


Una mezz’ora dopo, Concetta arrivava di corsa, tutta trafelata dinanzi al brigadiere della stazione di Chiaia a denunziare che il barone di Ruoppolo s’era ucciso.

La visita fatta subito dopo al villino confermò perfettamente questa denunzia.

Il cadavere non recava traccia di violenza; solo, avvertì il medico, era singolare la località della ferita sotto l’occhio sinistro al confine della narice.

Ma il delegato, più arguto, disse che ciò doveva essere effetto del tremito della mano; e che d’altronde, non v’era dubbio fosse prodotta dall’arma che il barone teneva ancora stretta nella destra, e rivelava uno sparo recente. Supponendo che il barone avesse fatto fuoco per difendersi contro un’aggressione, si sarebbe trovato la sua palla in qualche luogo e i segni della colluttazione. Invece tutte le aperture erano chiuse e non si vedeva nulla.

Egli aveva avuto il tempo di far tutte queste osservazioni che provavano la sua provetta scaltrezza e la salda sua esperienza. Concetta stava inginocchiata in un angolo e pregava.

— La baronessa? chiese il delegato.