Appressandosi alla camera dell’infermo posta nella parte posteriore della casa, il dottore intese una cantilena dolce e sommessa come d’una madre che addormenti un bambino, una voce così soave e placida che egli si fermò ad ascoltarla.

— Venite, gli disse impaziente donna Elvira.

Egli temeva di spaurir l’angelo che gettava un accento di consolazione in quella sciagura profonda.

Diffatti appena Donna Elvira pose la mano sulla gruccetta, la voce tacque.

Trovarono Zaverio solo, sdraiato sul canapè cogli occhi socchiusi, in una posa di voluttuoso abbandono. Ma uno sgabellino posto davanti a lui e una porta che finiva di chiudersi cigolando tradivano la fuga di una persona. Nella cura colla quale l’infermo era vestito, nell’ordine, nella pulitezza, nel gradevole aspetto di tutta la camera si sentiva una costante e amorevole vigilanza.

Zaverio si scosse, girò intorno i suoi occhi smarriti pieni di ansietà come cercasse qualcuno e parve contrariato.

Il dottore colla madre erano rimasti sul limitare alle sue spalle ed egli non li vide.

Lasciò cadere il capo sul cuscino; poi, ad un tratto si rizzò e cominciò a passeggiare; irrequieto, trasse l’orologio e col dito della destra batteva sul quadrante come contasse i minuti che lo separavano da un appuntamento atteso con impazienza.

Dopo qualche po’ tornò a sedere.