Il dottore attese invano donna Vittoria per salutarla.

Tornando al Belvedere pensava alla triste scena cui aveva assistito, e a quelle strane parole; e un intimo convincimento lo avvertiva che egli teneva in esse il bandolo del funesto mistero — e si sforzava di svolgerlo; ma inutilmente.

XIV.

L’indomani il tempo era brutto; cadeva una acquerugiola minuta minuta, avanguardia dell’autunno imminente.

Il dottore non uscì dall’albergo. Passò la sera davanti alla scrivania leggendo e fantasticando e grogiolandosi nel lume temperato, nel dolce tepore della sua camera, mentre la pioggia spinta dai radi buffi di vento veniva a picchiare piano piano nei vetri della finestra nera per le tenebre esteriori.

Sul tardi il cameriere venne ad avvertirlo che una donna chiedeva di lui mostrando una gran premura di parlargli.

— Una donna! e che vuole? sclamò indispettito al solo pensiero che lo si volesse far sortire a quell’ora e con quel tempo.

Tuttavia consentì a ricevere l’ignota visitatrice.

Il servo l’introdusse senza cerimonie. Essa indossava un ampio vaterproof scuro: poteva benissimo esser presa per una serva. Il cappuccio rialzato celava i lineamenti del viso. Ma il dottore riconobbe subito donna Vittoria.

Fe’ un passo avanti e s’inchinò profondamente.