Vittoria die’ un occhiata diffidente al dottore che era rimasto colla madre sulla soglia. Poi fe’ uno sforzo, si appressò a Zaverio, e, carezzevole, cercava di calmarlo:
— Mio buon amico, non vedi, sono la tua Vittoria che tu ami tanto!
— Io ti amo, chi te lo disse? non è vero. Tu sei la regina, ed io amo il mio re.... tu m’inganni, tu mi perdi.
E, atterrito, colle mani protese, la respingeva.
La povera donna die’ indietro, si lasciò cadere sopra una sedia; un grande sgomento l’opprimeva, tremava, rabbrividiva, mormorava:
— Dio mio! Dio mio!
Il dottore si ritirò, prese in disparte donna Elvira e le chiese se quegli accessi fossero frequenti e se egli pronunciasse sempre quelle parole.
— Qualche volta e solo da un mese in qua: la prima volta che le udii fu a Milano.
— E non le dice che a donna Vittoria?
— Ve l’ho detto, egli non parla che con lei.