Quando, nel riandare le tristi memorie della sua alterezza fatale, il rammarico le dilaniava troppo crudelmente il cuore, ella si fermava un minuto a pigliar forza — un minuto solo e proseguiva.
Fe’ intera la confessione; inesorabile per sè, indulgente e generosa per Zaverio; attenuò, palliò, giustificò le debolezze, le colpe di lui, ma fu senza pietà per le proprie; accusò senza reticenze e di tutto l’accaduto la propria superbia; denunciò le insidie, gli incitamenti, le provocazioni e l’ultimo tranello per cui aveva spinto lo sciagurato giovane all’omicidio.
Non disse affatto i proprii affanni, le proprie torture dopo la catastrofe; e certo non era la parte meno interessante della lugubre storia.
XV.
Il dottore seppe poi questo da Concetta.
Ma ciò ch’ella sola poteva dire era quel che aveva sofferto in quella notte spaventevole che Zaverio, forsennato, rovesciandola sul pavimento lubrico di sangue, era fuggito imprecandole; ella sola lo sapeva, ella che non aperse mai bocca per lamentarsene. Non meno che la rassegnazione l’aveva trattenuta l’orgoglio, umiliato, contrito ma non spento.
Eppoi che contavano mai i suoi tormenti?
Ma da quella notte sentì d’essere legata all’uomo ch’ella aveva incatenato alla propria vendetta: che era venuta la sua volta d’essere dominata e sottomessa.
E la disgraziata, in quel momento, se ne compiacque.
La passione, respinta, trionfava di lei, entrava nel suo cuore coi bagliori sanguigni di una catastrofe; ma l’inebbriava, vi recava un tripudio immenso — e gli istinti della sua razza prepotente, tutte le gaie ferocie degli antichi principi di Tizzano risuscitavano nel suo sangue, si levavano all’invito del lugubre baccanale.