Ella era una donna animosa: capace di ogni estremo. La sua indole poteva come un fiume svolgersi lenta, maestosa, uguale fra due rive uniformi — e, ad un tratto, levarsi, irrompere, invadere, sommergere, distruggere.

Poteva essere una matrona placida o una eroina da tragedia.

Le tristi formalità che seguirono alla morte del barone, la perizia, il testimoniale, la sepoltura non la turbarono menomamente: ella non pensava a quel cadavere altrimenti che come ad un ingombro che le levavano di fra i piedi. Assaporava fieramente la riconquistata libertà, il suo pudore vendicato e ne faceva omaggio all’uomo che per lei aveva avuto il coraggio di ucciderne un altro. Esagerava, a diletto, questa forza. Il suo animo di fiera aveva la superbia di trovare un domatore che la valesse.

Tornò a Tizzano nel castello paterno, cupo e crollante ipogeo della sua famiglia, e quivi aspettò che Zaverio venisse a reclamare l’alta mercede del suo delitto ed ammassava gelosamente il proprio amore ed esultava sentendolo crescere ogni giorno — voleva che fosse immenso — riponeva tutto il suo orgoglio nel preparargli una devozione senza limiti e senza confronti.

Ma, dopo un anno, Zaverio non era comparso.

Non era possibile che l’avesse scordata.

Fosse morto?

Quando questo sospetto le balenò in cuore ella non dormì, non quetò più: non ebbe più pace, volle cercarlo, volle trovarlo e senza indugio.

Ripartì pel continente; venne a Reggio.

Quivi stentò a trovar notizie della povera famiglia Stigliano. L’avevano dimenticata.