S’interruppe. Si passò una mano sulla fronte, poi proseguì in tono di malinconica confidenza:
— Oh la noia e la solitudine sono i miei nemici; mi perseguitano senza posa. Pensare che c’è degli avari che serrano i loro tesori, degli egoisti che si grogiolano nei loro godimenti solitari come il cuculo nel nido usurpato. Perchè non ho io quell’indole? Potrei essere tanto felice?
E, fermandosi, con dispettosa vivacità:
— Invece io non godo nulla se non ho compagnia nel piacere. Vedete. Io ho beneficata tanta gente che quasi non conoscevo: ho diviso più volte il mio denaro col primo capitato: non ho fatto che degli ingrati. I servi, appena si sono impinguati a spese della mia tolleranza, scappano a precipizio. Mi sono menato in casa tre donne l’una dopo l’altra, tre cenciose creature da me raccolte affamate sulla strada, le ho coperte di seta e di gemme — e tutte mi hanno abbandonato per correre dietro a degli spiantati che a quest’ora certo le battono come giumente. Dicono che gli amici piovono a sciami in casa del ricco: essi sfuggono la mia. Alla fine ho pensato di prendere moglie, di mettere dalla mia la legge e la morale: ho cercato un idolo degno del tempio che avevo preparato; ero stanco della bordaglia venale, delle cortigiane infedeli. Mi diedi a cercare una donna di condizione e bella. E ci riuscii; trovai le due qualità riunite in una perfezione eccezionale. La mia Vittoria è d’una nobile famiglia di Siracusa imparentata con tutto il più alto patriziato di Sicilia e con parecchie delle prime case di Napoli. Ebbene! mi illudevo che ella col suo grado, la sua educazione, il parentado avrebbe attirato da me una società ammodo e che le sue grazie potessero trattenervela; mi illudevo di aver finalmente una casa brillante, conversazioni, festini.... mi illudevo! Mia moglie è una Diana scontrosa, una santa.... che so io! un mostro di serietà. Ed è giovanissima: a quell’età tutte le donne leggiadre, ricche, corrono avidamente incontro agli omaggi, ai piaceri del mondo.... La mia niente affatto. Ella non riceve, non va da nessuno, non vede che la sua cameriera e il giardiniere, un vecchio orso guercio che ha portato con sè da casa sua. Passa la giornata e spesso anche le notti immobile alla finestra a contemplare il mare. Dicono che i romanzi accendono la fantasia, insinuano il veleno dell’ambizione e della vanità nei cuori delle donne più rigide; gliene ho recati un subisso: — oh sì, baie! Tutte le tentazioni scivolano sopra la sua anima di acciaio senza potervi far presa. Con me non scambia dieci parole in una settimana: sempre impassibile, imperturbabile, mi dà soggezione, mi uggisce. Lo credereste? Sono ridotto a sfuggirla. Non c’è forse al mondo che una donna savia e doveva capitare a me! Con un marito che le lascia la più sconfinata libertà, ella vive come una reclusa. I vicini, chissà mi credono un tiranno geloso. Figurarsi, io geloso! le belle cose si custodiscono, non si nascondono. Ammazzerei il ladro che me le volesse rubare, non le sottraggo all’ammirazione che dà loro lustro e valore. Il valore di una cosa è la stima che ne hanno gli altri. Non è vero? Sono io sicuro del pregio di ciò che posseggo, se non me lo dicono gli occhi, l’invidia degli altri? Che m’importa di dirmi cento volte al giorno che mia moglie è bella! Già potrei dirmelo ugualmente anche se non lo fosse. Vorrei sentirmelo dire dagli amici, dai nemici, dagli altri. E ne avrei il motivo poichè ella è davvero un portento....
Erano arrivati al Leone; il barone di Ruoppolo prese la strada di Mergellina.
Il compagno, rassicurato oramai sul conto di lui, voleva lasciarlo.
Ma egli non lo lasciò aprir bocca, lo trascinò seco.
— Un portento, ripeto, una dea. Non è l’innamorato che ti parla, ma il conoscitore. Ne dubiti? oh è naturale!
E tacque finalmente: era mortificato.
Fecero in silenzio la salita di Mergellina.