Donna Elvira sfogava sovr’essa il suo rancore con violente rampogne, con invettive nelle quali il suo linguaggio trascendeva a volgarità incredibili.
E Vittoria tollerava tutto.
La duchessa la teneva nè più nè meno che come un farmaco necessario: che si piglia con disgusto e si butta il soverchio.
— Egli non ha bisogno di voi, le diceva duramente tutte le volte che Zaverio dormiva e Vittoria indugiava un poco nella sua camera.
Arrivò al punto di vietarle di entrare in casa: di toglierle il supremo conforto di vegliarlo quando stava poco bene. Era troppo. Vittoria poteva sopportar tutto, ma per lui, al suo fianco.
La povera donna passò delle notti intere in giardino, sulla soglia della porta vietata, smaniando convulsa d’angoscia.
Finalmente si ribellò. Donna Elvira, diffidando dei servi devoti a Vittoria, si rinchiudeva sola in casa la notte.
Una volta, Vittoria, che non aveva visto Zaverio in tutta la giornata — fece scassinare la porta da Gabriele e penetrò nella camera dell’infermo. Ma la madre accorse e le intimò di uscire.
Ella riprese tutto il suo orgoglio e rispose che non intendeva muoversi di là, che non si staccherebbe mai più da Zaverio.
La madre, livida di collera, soggiunse: