— Ebbene, io condurrò meco Zaverio.

— Vi seguirò dovunque.

— Ricorrerò ai tribunali, vi farò rinchiudere come un essere malefico qual siete. Che diritto avete voi su Zaverio? io sono sua madre: voi chi siete?

Vittoria capì che la madre aveva dalla sua la legge: allibì, si umiliò, cedette anche allora, le promise tutto ciò che volle.

E mantenne la parola: fu magnanima nella sommessione come nel resto.

E d’allora in poi l’astio della duchessa non ebbe più freno: la strapazzò a suo talento. Le buttava sul viso le ingiurie più atroci, più ingiuste. La tormentava con le più crudeli diffidenze.

Vittoria aveva ormai da fare con due pazzi, e le pene che le dava Zaverio erano ancora le sue consolazioni. Quel cuore valoroso non aveva per schermirsi dall’odio implacabile che un corsaletto di spine.

Ella però le adorava queste spine: nell’ore di stanchezza, quando la sua volontà piegava un momento sotto il fardello della fatica, si addormentava sul margine della scabrosa viacrucis, ella sognava l’amore, se lo vedeva appressare timido e sommesso come a Mergellina e si abbandonava fra le sue braccia.

Al progetto di andare all’estero aveva dovuto rinunziare. E quasi non le pareva più necessario. Zaverio era tanto discreto; non parlava che con lei. I medici che in quel torno lo videro, non potendone cavare alcun costrutto, avevano raccomandato la calma; e sì che egli era fin troppo calmo!

La sua vita era un cielo caliginoso con qualche squarcio d’azzurro.