Bisogna fermarlo sull’orlo dell’abisso ove l’intelletto umano affonda irreparabilmente.
Scuoterlo, stimolarlo nel suo amore.
La duchessa se ne dispiacque: aveva sperato, di separarlo dalla baronessa; il dottore dovette parlarle chiaro, dirle tutto, dirle che quella donna era l’unico filo che legasse il suo figliuolo alla vita.
Ella entrò in una gran collera, maledisse Vittoria, imprecò a lui, accusandolo di essersi inteso con lei ai suoi danni. Per un po’ il medico temette che impazzisse davvero anch’essa. Ma donna Elvira si quetò finalmente; l’amore materno riprese ancora in lei il predominio sull’altre passioni: ella lasciò cadere le braccia e con una dignitosa rassegnazione disse:
— Fatela dunque venire.
Però il medico non richiamò allora in casa la baronessa: cominciò a farle scrivere a Zaverio; Gabriele e Concetta ricapitavano le lettere e le ambasciate.
Il sentimento di Zaverio si risvegliò: egli accoglieva i servi con una viva diffidenza, non parlava quasi in loro presenza; qualche volta chiedeva notizie del barone. Da solo nominava, piangendo, donna Vittoria, delirava chiamandola con tenerezza.
Il medico s’era fatto insegnare dai servi il linguaggio del barone di Ruoppolo e gli parlava a quel modo con tanta abilità che a poco a poco Zaverio, piuttosto rispondendo al fantasma della sua mente che a lui, lo pigliava per quello davvero.
Finalmente egli tentò un colpo decisivo.
Una sera mandò Gabriele ad invitarlo a venire dalla baronessa come quella notte fatale onde derivava la sua pazzia.