Il servo con grande precauzione condusse Zaverio per il lago alla casetta dove abitava donna Vittoria.

Quivi ella lo ricevette in una camera che, per consiglio del medico, aveva arredata pressapoco come quella del barone a Mergellina.

Il dottore assistè, nascosto dietro una portiera, al loro colloquio.

Era convenuto che donna Vittoria lo secondasse e ripetesse la scena terribile di tre anni prima.

La povera donna dovette, con che martirio si può pensare, riprendere il suo cipiglio altero, sprezzante d’una volta, maltrattar lui ch’ella adorava disperatamente, frugare nel proprio cuore straziato per cercarvi i ricordi delle proprie pene e strapparli ad uno ad uno.

Ella ebbe la forza di far tuttociò e con tanta bravura che Zaverio dapprincipio s’illuse perfettamente. Egli fu come allora, docile, umile, afflitto e innamorato.

Appena si fosse rivoltato, donna Vittoria doveva cedere, buttarsegli fra le braccia, manifestargli il proprio amore, inebbriarlo di tenerezza.

In pari tempo il dottore, ch’egli scambiava per il barone, si sarebbe mostrato e avrebbe finto di ammazzarsi.

Speravano che la diversa catastrofe avrebbe dato un nuovo corso ai pensieri di Zaverio, e dissipati i suoi rimorsi: questo mezzo doveva servir loro di mezzo per fargli superare d’un balzo l’abisso che era venuto ad interrompere la sua vita intellettuale.

Ma, ad un tratto, Zaverio mutò: invece di ribellarsi, s’intenerì, si gittò ai piedi di donna Vittoria, e la supplicò di non spingerlo al delitto: si rotolò sul tappeto gridando angosciosamente: