Il parroco gl’insegnò a leggere e scrivere, il maestro di scuola a sonare il violino e a fare da cantore. Il medico, incontratolo un dì sulla sua strada, lo richiese d’aiuto per operare un povero tagliapietre; e lo trovò così fermo, così attento che gli propose di insegnargli la flebotomia.

Siro accettò senz’altro; perchè non avrebbe fatto anche il flebotomo?

L’affare conveniva a tutti due. Il ragazzo salì in condizione: il medico si sgravò di tre quarti delle sue fatiche. Quando venivano per lui, mandava innanzi Siro colle sue lancette. La cosa passò in consuetudine; tantochè la gente prima chiamava il flebotomo; questi poi avvertiva il dottore.

Al Bisagno non c’era oramai chi lo valesse: i suoi compaesani egli li faceva ballare alla festa, li divertiva sani, malati li salassava e ventosava, morti cantava loro l’uffizio. Egli non aveva bisogno di anima al mondo. Fu questo per molti anni il suo orgoglio. Colla fortuna gli erano sbucati fuori anche dei parenti; ma egli era rimasto solo.

Quanto a prender moglie, disse per un pezzo: — la mia casa è piccina e tranquilla: forse dopo la troverei angusta e fastidiosa; perchè il dì delle nozze è sempre bello, l’indomani non tanto. Eppoi c’è tempo.

Così non si impegnava neppur a restar scapolo: «c’è tempo». Qualche volta scherzando diceva che per il matrimonio bisogna essere chiamati: — e ch’egli non aveva mai inteso nulla. — «Provate a chiamarmi forte,» diceva alle ragazze della sua età.

Ma il fatto è che nessuna delle sue birichine compagne d’infanzia con cui aveva giuocato a caponascondere e alle rametta, nessuna di quelle birichine a cui aveva date tante noci, tanti pomi, poi, più grandicelle tanti fiori, aveva pensato a «chiamarlo».

Sonando il violino nell’orchestra festiva o cantando sulla tribuna dell’organo egli potè vedere annodarsi l’idillio di ciascuna; poi era intervenuto alle nozze di tutte loro l’una dopo l’altra. L’ultima contava ventisette anni, e nel salutarla dopo la cerimonia gli parve di staccarsi dalla propria gioventù.

Quel dì rientrando si guardò nello specchio: fu pochissimo soddisfatto della propria persona, si trovò il viso troppo scarno, il naso storto, la bocca troppo grande.

Ma presto si diè pace; tornò allegro, scapato, e contento.