Non pensò più a quelle malinconie fino al giorno in cui si maritò la figlia d’una delle coetanee. Era una nuova generazione che arrivava con tutte le sue petulanze. La sposa fu irriverente al punto da non voler ballare la vecchia contraddanza e bisognò lì per lì strimpellarle un tempo di polca.

L’avvertimento era stato grave.

Siro si trovò il naso più storto, la bocca più grande; qualche ruga di più, qualche ciocca di meno.

Aveva quasi quarant’anni. Non monta, comperò un nuovo violino e studiò polche, mazurche e valzer.

Ma, se le ragazze lo trascuravano, cominciavano a badargli le mamme più accorte.

Siro non era più un giovane (non era mai stato un giovane) ma era diventato un partito, il miglior partito dei dintorni: col mezzo dell’ago, della lancetta e specialmente del risparmio s’era messa insieme una discreta sostanza e si chiaccherava di ciò che possedeva e, anche più di ciò che non avea. Si cominciò a buccinar del gruppetto, poi si sussurrò che aveva le genove a rotoli, a mucchio, — finalmente una disse «a cappellate» e cappellate rimasero. Non si può essere ricchi con meno.

E non si può restar scapoli con tanto.

Tutte quelle figlie indifferenti avevano delle mamme implacabili.

Se Siro resisteva, l’assedio sarebbe durato forse un mezzo secolo: ma, al primo assalto, si arrese. Veramente non poteva essere più formidabile: poichè Irene era la più leggiadra e sua madre Tonia la più scaltra delle bisagnine.

E quella mattina fatale vennero insieme.