Dimoravano contro le mura della città a tramontana nel sobborgo degli Incrociati, luogo natio della madre di Siro. Dall’alto del bastione Gerbino il loro orticello appariva in mezzo al grigio chiaro della pietraia come un fazzoletto stampato a scacchi verdi e bianchi con qualche fiorame di rosso.

Le due ortolane guadarono il fiumicello tenendosi per mano: vestivano gli abiti e la pezzuola della festa benchè fosse dì di lavoro; i loro scarpini di vernice dalle fibbie d’argento luccicavano saltellando sui pietroni.

Il flebotomo si lisciava alla finestra quando le vide venire; il sole non saettava più vivo degli occhi di Irene: e i rigagnoletti che serpeggiavano sotto i loro piedi non erano più machioni dei sorrisi di Tonia.

Parevano due quaglie che piano piano traggono al richiamo: colla differenza che stavolta le quaglie venivano loro ad inretir lo zimbello.

Fecero al flebotomo la riverenza e gli presentarono una focaccia ripiena e un mazzo di garofani perchè, se non lo sapeva, quello era il giorno di San Siro benedetto, che gli desse cent’anni riposati, felicità a sacca e l’allegria per colmatura.

E poichè il buonuomo si confondeva in ringraziamenti, e voleva proprio sapere il come ed il perchè; Tonia gli stillò nell’orecchio che il pensiero era stato tutto dell’Irene la quale, da quando il sor flebotomo l’aveva guarita della slogatura alla caviglia, aveva appuntato con uno spillone il giorno nel lunario per mostrargli la sua riconoscenza.

Inaffiati i complimenti con due dita di vin bianco e, cresciuta la dimestichezza, le due donne avevano poi frugato tutta la casa ch’era grande ed ariosa e tutto, ma era «una chiesa senza santi.»

— Senza madonne, corresse Siro ridendo.

Tonia notò i ragnateli, scrisse col dito sui mobili polverosi: che peccato, che peccato! come tutto ciò chiedeva il soccorso di una mano ravviatina!...

Discese nell’orto col flebotomo: gesumaria era un vero flagello: i pomidoro stesi a terra, riarsi, la lattuga rosa dai bacherozzoli, la salvia sterpata, e quante ortiche fra la cicoria! orsù bisognava ch’ella venisse una domenica o l’altra a dare una ripassata.