II.
Alla vigilia del gran giorno, Siro era stato nel pomeriggio a ritirare le carte di stato libero, alla Curia, poi aveva sbrigate alcune faccende in città.
Passando innanzi alla bottega di un orefice sull’angolo di piazza Banchi vide esposto nella vetrina una meraviglia di monile d’oro; fatto di grosse piastrelle legate con un finissimo lavoro di filigrana, congiunto in mezzo da un cuore da cui pendeva una crocetta.
Egli aveva presentati già i suoi regali alla sposa: però lo vinse la tentazione di farle una nuova sorpresa e comprò il monile, disegnando di buttarglielo al collo per tutto saluto, quando l’indomani mattina sarebbe venuto a levarla di casa.
Ma poi ebbe un pensiero: se andasse dritto dritto a portarglielo?
È vero che congedandosi dalle donne aveva detto che per quella sera non sarebbe tornato, ed esse avevano, per riguardo alle molte faccende, approvato la sua discrezione. Si vergognava un poco di tornar loro innanzi. Ma, tutto calcolato, la premura di farle vedere la nuova compera era un fior di pretesto.
Egli era uscito di porta Pila, e, perplesso fra le contrarie ragioni, aveva preso macchinalmente la strada del Bisagno.
Alla fine il desiderio prevalse: l’indomani il suo regalo sarebbe rimasto, fra tante emozioni, inavvertito: l’Irene gradirebbe certo l’attenzione e avrebbero passate insieme alcune di quelle ore eterne; già egli non sapeva come passarle.
Ma, giunto al Beviò, voltò indietro, ridiscese nel letto del fiume ed essendo tardi, prese le scorciatoie a ritroso della corrente. Camminava spedito, balzava di pietra in pietra coll’agilità dei suoi quindici anni.
Nel cuore, liberato dalla oppressione della molesta impazienza, — due sirene, la speranza e la fantasia, alternavano le loro canzoni gioconde.