Il flebotomo andava dritto alla sua meta a una meschina casetta raccolta in una piega del bastione.
L’entrata era sulla strada, dall’altra parte. Arrivando dal fiume, Siro dovette fare il giro dell’orto rasentando l’alta siepe di sambuco; andava lesto e riguardoso perchè il terreno era scosceso e appena ci si vedeva.
Le frasche, le bacche gli frustavano qualche volta duramente il viso, bisognava rimuoverle ad una ad una; badare ai piedi ed alla testa. Egli si godeva di tutte queste preoccupazioni che gli davano l’aria di un amante furtivo, e aguzzavano la sua gioia, legittima e bollata da tutte le autorità civili ed ecclesiastiche, col piccante dell’avventura. Era un gusto che il povero Siro si procurava per la prima volta.... e per analogia.
All’angolo i sambuchi, più fitti e frondosi, facevano, dentro all’orto, una specie di pergolato dove le donne avevano messo un banco per sedervisi a meriggiare: di fuori i rami sporgevano molto in là sul dirupo.
Siro si chinò per passare, poi si fermò di botto.
Aveva intesa la voce d’Irene che parlava nell’orto a due passi da lui: se le due donne erano lì, egli avrebbe fatto loro un’improvvisata. Tenne il fiato e si pose in ascolto.
Ma la sorpresa l’ebbe lui pur troppo. Irene non discorreva con sua madre, poichè diceva:
— È miracolo se stassera ci possiamo parlare. Sii buono; se sapessi cos’ho fatto per serbarti questi pochi momenti! Dunque ascolta: per qualche tempo non ci dobbiamo rivedere; ma tu, per cosa che senta dire, pensa che il mio bene è per te, che sono tua e voglio ancora e sempre essere tua....
E ripeteva carezzevole: — sempre... sempre... — con voce soffocata come se le sue labbra non fossero libere.
Seguiva una pausa.