Egli rimaneva solo, perduto, oppresso da un’angoscia infinita e inesplicabile.
IV.
Si guardò intorno atterrito.
Si trovava a pochi passi dalla spiaggia.
Le ondate vaste, scialbe, plumbee, si abbattevano sulle arene. Nel cielo galoppavano i nembi ad ignoti assalti. Un sordo muggito usciva dall’abisso.
Al fioco barlume volteggiavano in mare dei neri profili, salivano in groppa ai cavalloni, sprofondavano, riapparivano.
Uno strido acuto di alcione dominò per tre volte il cupo fragore.
Le nere forme, simili a grossi mostri, si lanciarono innanzi: scivolando sull’onde approdavano rapide e silenziose. Dell’ombre saltavano sulla spiaggia; pareva un ritrovo di spiriti. Venivano alla sua volta.
Siro fu preso da un istintivo sgomento, si volse, corse barcollando. Cadde supino sopra i gradini di un pilone. Si alzò, si rifuggì dentro alla cella, vi restò ginocchioni, le mani aggrappate alle grosse sbarre della grata, la fronte sulla pietra del davanzale.
Poco a poco cominciò a raccappezzarsi, riconobbe il luogo: al tempo beato della sua infanzia, in una delle sue corse, aveva sostato al pilone, e, addormentatosi, s’era svegliato poi nel cuor di una notte come quella.