Lo ripresero gli sgomenti d’allora.

Egli aveva sempre sentito una grande avversione per il mare — orizzonte troppo vasto per i suoi desideri limitati — per il buio, per il vago, l’indefinito. Indole sensibile e timida, amava il sole, la compagnia, la vita di tutti i giorni, le rotaie dell’abitudine. Era una di quelle fibre docili, buone a nulla da sole, ma che la disciplina può spingere magari anche sino all’eroismo.

Orfano, esposto dalla sorte a tutte le tentazioni della licenza, del disordine, era stato dal suo carattere avviato all’ordine, al dovere: il vagabondo si era trasformato in operaio laborioso, in borghese assegnato: aveva combattuto assiduamente, sotto tutte le forme, l’incertezza; s’era fatto con grande sforzo una casetta sua, solida, comoda, vi aveva adagiati i suoi piccoli ideali, le sue dolcezze tranquille: — egli avrebbe dovuto tenervele ben chiuse, custodite. Invece aveva aperta la porta a una grande speranza, a un’illusione unica nella sua vita ed ecco che questa gli aveva tutto rapito!

Ora egli non rimpiangeva tanto i suoi sogni di pochi giorni, quanto la quiete di tanti anni.

Sbattuto fuori dal suo solco, non si sentiva più sicuro di rientrarvi: questa era le sua disperazione. Si trovava di fronte degli ostacoli insormontabili: il ridicolo sovratutto.

L’indomani, fra poche ore, lo aspettavano per la cerimonia; la sposa, il curato, i testimoni, la banda, il villaggio tutto in aria per lui — e lui che avrebbe fatto? Cosa pensava di fare?

Pensava, pover’uomo, che sarebbe stata una grazia di Dio, il poter sparire, sfuggire al mondo e sopratutto a sè stesso, — alla tortura di dover pigliare una risoluzione.

Si contorceva, singhiozzava, e il rombazzo del mare lo scherniva.

Poi veniva la stanchezza; ricadeva sopraffatto nello stupore di prima, uno stupore pieno di amarezze, d’inquietudini.

Chiudeva gli occhi, ma un sussulto lo obbligava ad aprirli, a tenerli spalancati.