Una frase lo colpì.
«Ritardate ancora spedizione coke da Marsiglia.... sospendete le vendite.»
Alcuni mesi prima Siro era andato per incarico del dottore Vaccarezza suo benefattore, a Sampierdarena a chieder conto di un certo affare a un navigante di cabotaggio; e questi gli aveva risposto con le stesse parole. Il dottore lo aveva poi mandato in giro per la riviera di levante sino a Portofino a ripetere la notizia a parecchie persone con tali raccomandazioni di segretezza che egli aveva sospettato si trattasse di qualche mistero politico.
Aveva fatto altre volte ambasciate di quel genere. Un giorno, venuto a Genova, a cercar certi campioni di zuccheri, gli avevano consegnato un pacco contenente dei libri. Il dottore (egli sapeva le sue cose) non negoziava punto: invece egli era, come allora si diceva in Piemonte, costipato di politica. Senza fargli confidenze, gli parlava spesso dell’antica Repubblica di S. Giorgio, della scaduta grandezza ligure, dell’Italia, degli sforzi eroici, dei tentativi infelici, delle speranze sempre vive dei patrioti..... Quando Siro gli mostrava riconoscenza dei suoi benefizi, gli dava sulla voce dicendo: — sta queto, verrà forse giorno ch’io ti chiederò ricambio molto maggiore. — Il giugno precedente, quando era avvenuto il triste caso del povero Ruffini, che credendosi tradito dai suoi, si segava per disperazione la gola, — il vecchio dottore eragli parso esaltatissimo e s’era lasciato andare a parlargli di misteriose vendette, di prossime ribellioni.
Il lettore ripeteva a ogni momento: sospese vendite, sospendete vendite, e a queste parole, che parevano la chiusa d’ogni foglietto rabbuiavansi dolorosamente i volti dei compagni.
Finito ch’egli ebbe domandò:
— Non occorre altro?
— No! rispose un vecchietto; tutti hanno capito, vero?
Chinarono il capo in silenzio.
Allora l’altro aperse il lanternino, accostò i foglietti alla fiammella, vi appiccò fuoco e depostili sullo scanno li voltò e rivoltò con cura, finchè l’ultimo minuzzolo fu ridotto in cenere.