La strana notizia si sparse nella giornata per tutta la valle del Bisagno e le ipotesi, nate nei crocchi della sera, erano leggende all’indomani, — leggende cupe e paurose.
Agl’Incrociati, risaputo che Siro era stato arrestato nella notte, ritennero che quella della mattina fosse una apparizione d’inferno, e Irene non trovò più marito che ardisse sfidare il sortilegio di cui la si credette vittima.
Chi non potè mai darsi pace fu il brigadiere. Egli si guardò bene dal compromettere la propria responsabilità col dissipare l’errore che pesava sulla fama di Siro: ma rimase sempre convinto che quel «brigante di giacobino l’avesse ammazzato lui colle sue mani.»
Però l’autorità giudiziaria, nonostante l’oscurità degli indizi, consacrò con la sua sentenza l’umile nome di Siro alla gloria del martirio.
E certo, comunque fosse avvenuto, il suo sagrifizio non fu dei meno meritorii.
RICCARDO IL TIRANNO
Riccardo era il tiranno del nostro crocchio d’amici; noi due, Giovanni ed io, facevamo in tutto la sua volontà. E che volontà assoluta! — dominava, a suo talento, tutte le nostre abitudini, c’imponeva le sue, — compreso il dialetto lomellino.
Quando, l’estate, si vegliava la notte per beccarci l’esame, ci costringeva ad andare da lui; benchè, quanto a me, non ci fosse nemmeno il pretesto degli studii comuni: mentre egli e Giovanni erano allievi alla scuola d’applicazione, io mi cullavo dolcemente fra le placide distinzioni del diritto canonico. La sua camera non era certo la più comoda. Abitava presso la barriera di Nizza, fuori di Torino, benchè dentro alla cinta daziaria, una casa nuova, isolata in mezzo ai prati, la quale con una petulante sicurezza sfidava la città ancora lontana a venirla a chiappare e intanto sfogava sul tracciato del futuro. Corso tutte le licenze e le inurbanità provinciali. Una gran casa, un piccolo villaggio. In alto, nelle cameruccie allineate come tante celle, sui lunghi ballatoi, ci stavano degli operai, dei facchini, dei manovali della ferrovia; al pian terreno, degli ortolani, dei contadini, dei lavandai; e fra queste due plebi diverse, un po’ di borghesia stenta, qualche impiegato dell’ufficio daziario, o dell’amministrazione della S. F. A. I., un conduttore, qualche macchinista e due dozzinanti che davano alloggio a due piccole bande di giovinotti, studenti della Scuola di Veterinaria (raccolta di pipe gigantesche), o, come Riccardo, allievi ingegneri al Valentino (collezione di gilé e di cravatte).
Riccardo aveva su tutti una grande superiorità. Non parlava con nessuno ed era nondimeno popolarissimo; dominava quel piccolo mondo colla ardita varietà delle sue foggie e colla ironia altezzosa del suo sorriso; lo ammaliava colla.... lira di Orfeo. Con questo nomignolo chiamava il suo gran cembalo Erard — perchè con esso metteva in convulsione tutto «il serraglio». Spesso la sera, tardi, quando il portinaio già aveva sprangato il portone, e messo il suggello ufficiale alla giornata montando alla sua soffitta — quando le voci della casa a poco a poco si assopivano nel vasto e lento respiro della campagna, — Riccardo, interrotta una formola che Giovanni stava, sotto la sua dettatura, tracciando sulla lavagna, correva alla tastiera gridando:
— A me il regno animale.