— Egli scappa, gridò uno.

La marsina era di bel nuovo scomparsa fra le frasche degli orti.

Risero, credettero fosse uno scherzo.

Irene impallidì e balenò come esterrefatta.

Lo sposo non venne.

Dopo una mezz’ora, un giovinotto guadò il Bisagno e venne a cercarlo. Trovò in un cespuglio di sparagi gli abiti del flebotomo laceri e malconci: il panciotto recava qualche traccia di sangue. Nella tasca del vestito c’erano ancora gli atti della curia.

Alcune ore dopo una gran folla attorniava il casotto della Dogana alla Foce.

Un prigioniero arrestato alla notte, vi si era svenato, dicevasi, con una lancetta di chirurgo. E, cosa incredibile, si sussurrava che il morto fosse il flebotomo di S. Zita.

Era venuto da Genova l’avvocato fiscale e il giudice a fare il testimoniale. Finite le formalità, il cadavere fu recato fuori sopra una barella e deposto sotto il portico ad aspettare i becchini.

Un giovane contadino, che nessuno conosceva, si fe strada tra la folla, e accostatosi al cadavere, prese una mano che ne penzolava e la baciò mormorando: — mio salvatore.