Riccardo ripigliava con teatrale tranquillità la formola interrotta.

Quelle sere una testolina bruna sporgeva timida dalla finestra che dava sul ballatoio; due occhi luccicanti saettavano entro la camera e sparivano. Era Bettina, la figlia della padrona di Riccardo: la poverina non aveva nemmeno, come l’altre ragazze, cui si vietava di scendere in cortile, il compenso di ballar colle sorelle, — era sola. Penzolata alla ringhiera tuffava nel buio pandemonio sottoposto l’occhio acceso di desiderio e d’invidia.

Una sera, sul più bello della festa, mentre il fragore montava dal cortile colla intensità del turbine e Riccardo se ne satollava scandendone il ritmo con delle esclamazioni da ippodromo: — epp — epp — mutando la misura come si usa negli esercizi dei cavalli ammaestrati — volle il caso che Giovanni si trovasse presso alla finestra e che le sue mani v’incontrassero sul davanzale quelle di Bettina e che entrambi fossero presi dalla frenesia che saliva intorno a loro in guisa che si trovarono l’uno stretto all’altra, l’una colla testa sulla spalla dell’altro — e che il parapetto divenisse un ostacolo incomodo. Giovanni la tirò a sè violentemente per le mani: come poteva Bettina rifiutarsi a levare un piede sul davanzale? Di là si trovò tanto più costretta ad entrar nella stanza, inquantochè Giovanni ce la portò di peso.

Avevano fatto appena un giro di valzer che Riccardo si alzò incollerito e intimò a Bettina di uscire. — A chi aveva chiesto il permesso? e così senza scarpe!

Ella aveva perduta, nel varcar il parapetto, una delle sue graziose pianelline grigie e cercava nascondere il piedino la cui calza era rossa di mattonato. Ma il gonnellino arrivava appena alla noce del piede. In compenso fe’ rosso anche il viso.

Riccardo non poteva soffrirla; di lei tutto gli dava fastidio; e l’ingenuo sorriso, e la vivacità infantile, e specialmente quella fiorente salute che le colorava le guancie rotondette e delicate come pesche duracine.

— Tuttociò significa, — diceva, — che non ha intelligenza. — Che, questa è una donna? — sclamava poi. E se gli si obbiettava che aveva appena sedici anni: — To’, per una bambola non è poco.

Egli la chiamava così: «bambola.» Le faceva ogni sorta di smorfie, la mortificava anche davanti la madre, le aveva proibito di entrar mai nella sua camera anche quando non c’era lui, di toccare menomamente le sue robe; insomma, l’ho detto, non la poteva sopportare, forse perchè ella sopportava troppo da lui. Caratteri come quello là non bisogna secondarli mai. Egli c’imponeva le sue cattiverie di ragazzo male allevato, perchè tutti gli volevamo troppo bene e non si aveva il coraggio di contrariarlo.

Giovanni era un gigante al suo confronto: aveva certe mani dure come pale di gualchiera, che a cadervi sotto c’era da uscirne una poltiglia. E, se penso a ciò ch’egli tollerò quella sera, mi meraviglio adesso. Allora non mi fe’ specie.

Bettina dovette uscire, e per la finestra onde era venuta, — non fe’ alcuna protesta, non guardò in faccia a Riccardo, ma gettò a Giovanni uno di quegli sguardi femminini che sono un giudizio ed una condanna.