Nel risalire sul parapetto l’altra pianellina le cadde. E Giovanni non si mosse. La prese Riccardo e la scagliò in cortile. Poi disse all’amico:

— Sei ignobile!

Più tardi, uscendo, Giovanni mi precedette giù per le scale con insolita sollecitudine, e quando lo raggiunsi sotto il portone egli ficcava nel taschino interno dell’abito qualcosa che stentava a capirvi.

Poi, certi giorni ch’io avevo visto Giovanni entrare in quella casa, — salendo, non lo trovavo nella camera di Riccardo.

Due settimane dopo cominciarono gli esami: i miei amici diedero con ottimo successo il loro saggio tutt’e due; il nostro gruppo si sciolse. Riccardo partì per la Lomellina.

Noi due rimanemmo, ma slegati, perchè egli era il nostro mastice.

Nell’agosto, ch’io passai a Torino, c’incontrammo parecchie volte e si fecero alcune passeggiate insieme, ma gli davo soggezione: pareva sempre sulle spine, e buono e timido com’era non ardiva staccarsi; me n’accorgevo io e mi congedavo. A qualunque punto della città io lo lasciassi, qualunque direzione prendesse, ero sicuro che andava a San Salvario. Per lui tutte le strade menavano alla barriera di Nizza.

Quando, a novembre, Riccardo tornò e Giovanni gli disse che prendeva moglie, rispose con dileggio:

— Prendiamola pure.

Gli chiese chi fosse, e Giovanni pronunziò con uno sforzo immenso, e arrossendo, il nome di Bettina.