Riccardo spinse il cavallo alla corsa mozzando a colpi di frusta le nappine brune delle canne palustri che crescevano nel fossato lungo la strada.

Poi egli la oppresse di riguardi e di premure, imposte con una nuova prepotenza silenziosa da padrone.

Ed ella sempre docile, tutta pazienza e sommessione.

Alla fine Riccardo si irritava, sentiva il bisogno di ribellarsi alla propria tirannia: era avido di un po’ di resistenza.

A Pesto egli ordinò un pranzo assurdo, cominciando dal cacio cavallo per antipasto. Bettina, che pure aveva un talento eccezionale per la cucina, mangiò con appetito senza una smorfia tutto ciò che le si portava.

— Possibile, — sclamò stizzito Riccardo, — che le piacciano tutte queste sudicerie? Non è buona a dir di no una volta?

Bettina sorrise tristamente.

— Ma non siamo mica più alla pensione di via Nizza.

Ella sospirò.

— Mia cara, — soggiunse crudelmente Riccardo, — credo che abbiate fatto una sciocchezza in due.