— Grazie, — mormorò Bettina e lasciò ricadere sul guanciale il capo sollevato a fatica. — Grazie, ma e lei?

— Io sederò qui contro la sponda.

Sedette, appoggiò il fianco e il capo sul letto. La sua guancia incontrò il piedino scalzo di Bettina. Ella volle ritirarlo. Riccardo non lo permise.

La campagna respirava lentamente oppressa dall’afa. Il gemito di Giovanni, più fioco e meno frequente, si distingueva appena.

Invano l’alba si affacciò alla finestra; trovò chiuse le imposte.

Da quella notte in poi Bettina ebbe paura di trovarsi la notte col marito. Riccardo era assolutamente incapace di sostituirla. Del resto il povero Giovanni non aveva bisogno di loro, la malattia si aggravava ogni dì più sul suo capo intorpidito.

Essi non si prendevano soggezione.

A una certa ora si ritiravano nella camera di Riccardo, e lasciavano aperta la porta che metteva le due camere in comunicazione: la luce della veilleuse faceva una punta luminosa sul pavimento della stanza. — Essi parlavano poco e sottovoce. Salvo questo, erano liberi. Un’atmosfera pesante, morbosa, avvolgeva i sensi e l’anime.

Di quando in quando, ogni due ore, la Bettina s’alzava per dar da bere all’infermo e cambiargli la vescica piena di neve e sale che gli tenevano sulla fronte ardente, e non si curava neppure di allacciare la veste da camera.

Era, se si vuole, una noia; ma quell’ostacolo rendeva piccante la loro libertà.